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I p e r c u l t u r a

Crocevia di arti e scienze.

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ROBOT, PRODUTTIVITA' INDUSTRIALE E RECESSIONE ECONOMICA
di Ignazio Burgio

Secondo alcuni esperti come Pierre Larratourou l'attuale crisi economica sarebbe dovuta ad un esponenziale aumento della produttività industriale sopraggiunta in questi ultimi cinquant'anni, a motivo dell'installazione di robot e sofisticati software nelle fabbriche di mezzo mondo (specie in quello occidentale). La disoccupazione, l'impoverimento dei ceti operai, la crisi dei consumi e la recessione sarebbero allora gli effetti a catena della rivoluzione informatica anche nell'industria. Il passato ci offre d'altronde diversi altri esempi di forte discrasia tra iperproduttività dei macchinari e crisi della domanda. Se le cose stanno realmente così allora a soffrirne sempre più saranno anche gli stessi imprenditori.

«Quale operaio è migliore dal punto di vista pratico? È quello che costa meno. Quello che ha meno bisogni. Il giovane Rossum inventò l'operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l'uomo e fabbricò il Robot».
(da: R.U.R, di Karel Chapek, 1920).


robot Come si è sommariamente illustrato in un precedente articolo - “Una mancata rivoluzione industriale nell'antichità” - a cavallo dell'era cristiana, tra il I sec. a. C. ed I d. C., nell'Egitto di Cleopatra e nel resto dell'impero romano, la scienza ellenistica e le tecnologie meccaniche erano giunte ad un livello tale che avrebbero potuto dar vita ad una rivoluzione industriale ante litteram come avvenuto poi a partire dal XVIII secolo nel Regno Unito. Venne costruito dall'inventore alessandrino Erone anche un vero e proprio motore a vapore, chiamato Eolipila, una sfera di bronzo rotante sotto l'effetto di due ugelli da cui fuoriusciva il vapore. Questa e altre meraviglie meccaniche rimasero tuttavia allo stato di pure e semplici curiosità scientifiche o ludiche, senza alcuna applicazione pratica in alcun settore produttivo.
Come già si è detto, il motivo fondamentale di questa mancata meccanizzazione delle imprese del tempo dei Cesari non fu la natura servile del sistema economico ellenistico-romano dell'epoca, bensì l'assenza di una quantità di consumatori tale da giustificare agli occhi degli imprenditori metallurgici, tessili, ecc. la ricerca di nuove soluzioni tecnico-meccaniche per incrementare la produttività abbattendo contemporaneamente i costi, anche affrontando costosi investimenti iniziali. La domanda, in altre parole, era insufficiente nell'Impero Romano. Vuoi in primo luogo per motivi demografici: al tempo di Augusto si stima vi fossero nell'Impero non più di 50 milioni di persone, o giù di lì. Vuoi per l'alto costo dei generi di prima necessità, a motivo della bassa produttività agricola. Vuoi anche per i limiti della diffusione della moneta e dell'organizzazione del commercio, che se a livello dei beni di lusso riusciva ad arrivare anche in India ed oltre, in ambito locale si riduceva spesso al baratto e all'autoconsumo. Nonostante dunque il periodo storico in questione fosse caratterizzato da un non disprezzabile dinamismo economico e commerciale, tuttavia gli artigiani se avevano un po' più di ordini non andavano certo a investire in tecnologie meccaniche e macchine a vapore, anche ammesso che ne fossero a conoscenza, ma reclutavano un po' più di schiavi o di operai salariati liberi (che al di fuori dell'Italia erano sempre in maggioranza rispetto alla manodopera servile).
A dimostrazione del fatto che la presunta “concorrenza servile” non fu certamente responsabile della mancata meccanizzazione dell'economia antica, nell'articolo precedente si è ricordato come nella seconda metà del Settecento due macchine a vapore vennero installate in due isole coloniali ad economia schiavistica, la Giamaica (1768) e Cuba (1797), per macinare le canne da zucchero coltivate dagli schiavi. Evidentemente la necessità di velocizzare quella fase di produzione, a motivo della forte domanda, aveva reso conveniente investire capitali nell'acquisto di tecnologia, piuttosto che nell'acquisto di altra manodopera servile certamente meno redditizia sotto il punto di vista della velocità. Viceversa nell'antico Impero Romano l'unica forma di vera e propria meccanizzazione fu l'applicazione della ruota idraulica per macinare i cereali, cioè come mulino, proprio intorno al I sec. dell'era cristiana. La forte domanda di farina in Egitto, Italia e in altre province densamente popolate giustificavano (anzi rendevano necessario!) il superamento della molitura tramite forza muscolare, umana o animale, per una più produttiva macinatura meccanica.
Qualunque innovazione in economia è insomma in primo luogo frutto della domanda. Soltanto allorchè si raggiunge un certo livello critico di quest'ultima gli imprenditori, artigianali o industriali che siano, investono in nuove tecnologie per aumentare la produttività, impegnandosi volentieri anche la casa. Non fecero eccezione né gli imprenditori medievali (sì, nel Medioevo non vi erano soltanto i Crociati, ma anche i poli industriali ad energia idraulica in Italia, nelle Fiandre e nell'Inghilterra quattrocentesca), né quelli Olandesi che utilizzavano i mulini a vento anche per segare il legname. Né tanto meno i proprietari delle miniere inglesi che all'inizio del Settecento erano afflitti da un grosso problema: l'acqua allagava le gallerie più profonde più velocemente di quanto i cavalli addetti alle pompe riuscivano a tirare. Senza contare i costi per il mantenimento di quelle povere bestie (in alcune miniere anche un centinaio). Poiché la domanda di rame, zinco, stagno, per non parlare del carbon coke, era molto alta ed i guadagni non certo disprezzabili, adottarono con entusiasmo i primi modelli di pompe a vapore, di Savary e Newcomen, anche se queste erano ancora così rudimentali che talvolta esplodevano mandando all'altro mondo gli operai.
E' chiaro che in una fase di espansione della domanda, gli investimenti in innovazioni sono spesso dettate anche dalla scelta di risparmiare sul costo della manodopera per riuscire a piazzare i prodotti a prezzi più competitivi. Nel corso del Cinquecento ad esempio gli armatori olandesi meccanizzarono quanto più era possibile le loro navi, con argani, verricelli e ingranaggi simili, al fine di governare i vascelli con un equipaggio dimezzato. Il costo dei marinai olandesi era infatti il più alto d'Europa, e le soluzioni tecniche adottate consentirono di rendere più competitive le navi Olandesi anche nel Mediterraneo a scapito di quelle genovesi e veneziane, più costose ed anche più lente. Anche a Rivoluzione Industriale già avviata, in Inghilterra, all'inizio dell'Ottocento con l'introduzione del telaio meccanico si riuscì a meccanizzare la fase della tessitura dei filati di cotone, dato l'alto costo dei tessitori che essendo pochi e molto richiesti arrivavano anche ad ostentare le mazzette di banconote nel taschino della giacca. Una delle conseguenze di ciò a livello sociale furono i frequenti episodi di distruzioni di macchinari ad opera del semileggendario Ned Ludd e di tanti altri operai e artigiani danneggiati dal macchinismo industriale.
Nel corso della storia economica sono state frequenti le situazioni in cui i lavoratori sono rimasti vittime della concorrenza delle macchine, anche in tempi lontani. Nell'Inghilterra Quattrocentesca ad esempio, allorchè nell'industria del panno venne introdotta dopo la follatrice idraulica anche la garzatrice meccanica, i lavoratori specializzati che fino a quel momento avevano prestato la loro opera manualmente, protestarono di fronte alle autorità a tutti i livelli giungendo a inoltrare una petizione anche al Parlamento.
Molto più grave tuttavia, com'è noto, fu la crisi verificatasi in America a partire dalla fine degli anni venti del secolo scorso, durante la quale gli operai impiegati nelle industrie scontarono di colpo l'impetuosa meccanizzazione e organizzazione del sistema industriale che fin dalla fine del XIX secolo aveva promosso un incremento di produttività a livello esponenziale. I magazzini si riempirono di merci invendute soprattutto a motivo - a partire dal 1925 - di una crisi dei produttori agricoli (metà della popolazione attiva degli USA). Questi ultimi furono costretti a stringere la cinghia e far cadere così la propria domanda di prodotti industriali, ad esempio, di nuovi modelli di automobili. La crisi di sovrapproduzione delle industrie americane ebbe i suoi riflessi finanziari nel famoso crollo della Borsa di Wall Street nell'ottobre del 1929 ed in una successiva condizione paradossale: le industrie licenziavano gli operai o chiudevano del tutto, perchè la popolazione lavorativa non aveva più il potere d'acquisto per comprare le automobili, i vestiti, gli elettrodomestici, ecc. ecc., prodotti dalle industrie. E man mano che queste ultime licenziavano, il potere d'acquisto di fasce sempre più vaste di ex lavoratori disoccupati si riduceva ulteriormente in una spirale sempre più autodistruttiva.
La crisi venne affrontata negli anni trenta dal presidente democratico Franklin Delano Roosvelt che tentò con vari interventi finanziari, il meno inutile dei quali si rivelò il finanziamento di opere pubbliche da parte dello Stato, di restituire un minimo di potere d'acquisto alla gran folla di disoccupati affinchè potessero far tornare a lavorare le industrie ferme e arrugginite. In realtà tuttavia ciò che risolse definitivamente la crisi americana fu il Secondo Conflitto Mondiale che con le grandi commesse militari finanziate dalle tasse e dal debito pubblico riportò gli operai nelle fabbriche e ridiede potere d'acquisto non solo a loro ma anche agli agricoltori impoveriti. Anche la ricostruzione dell'Europa e del Giappone alla fine della guerra naturalmente concorse alla rimessa in moto dell'economia. Fu insomma una redistribuzione artificiosa dei redditi prima congelati nelle mani dei ceti più abbienti, in forza di una drammatica situazione di emergenza come la guerra. Gli spaventosi vuoti tra la popolazione giovanile caduta sui campi di battaglia inoltre consentì ai lavoratori superstiti di essere ancora più richiesti dalle aziende e di ottenere salari più alti, una situazione per certi versi simile a quella in cui si trovò soprattutto l'Inghilterra (se non l'Europa intera) subito dopo le grandi epidemie di peste del XIV secolo: anche in quel caso i lavoratori superstiti in tutti i settori ottennero salari più alti, gli imprenditori dei tessuti di panno del Tre e Quattrocento furono costretti a investire in macchinari idraulici per sopperire alla carenza di manodopera e ai suoi alti costi, e un generale benessere si diffuse anche nei lavoratori delle classi più basse (persino quelli di condizione servile).
A partire dagli anni sessanta del secolo scorso l'introduzione di linee di produzione e catene di montaggio sempre più automatizzate dall'impiego dei robot e dei computer, ha causato un notevole incremento di produttività delle imprese con una riduzione generalizzata di manodopera. Ciò è stata la fondamentale causa – come negli anni trenta del secolo scorso – dell'aumento della disoccupazione e della riduzione del potere d'acquisto dei lavoratori in Europa ed in America, in concomitanza con altri fattori di per sé positivi, quali il boom demografico, l'inurbamento dalla provincia e l'aumento del lavoro femminile. Come si è recentemente espresso il Consigliere francese Pierre Larrouturou "la maggior parte degli economisti riconoscono che le delocalizzazioni non sono responsabili che per il 15% della distruzione del lavoro. La vera causa della disoccupazione sono gli aumenti di produttività prodigiosi registrati fin dagli anni ’70. La produttività è stata moltiplicata “solamente” per 2 fra il 1820 e il 1960, poi per 5 dal 1960 grazie alla diffusione dei robot e dei computer. È prodigioso! Allo stesso tempo, negli ultimi quattro decenni, l’orario di lavoro settimanale è rimasto stabile, dopo che era diminuito quasi della metà durante il secolo precedente. È automatico che, se la rivoluzione dell’informatica non ha provocato una riduzione degli orari di lavoro, si è convertita in distruzione di impieghi” (da: Julien Bonnet, La settimana di quattro giorni, soluzione alla crisi?, in: www.ComeDonChisciotte.org).
La conseguente caduta del potere d'acquisto a seguito della disoccupazione tuttavia – proprio come nella favoletta di Menenio Agrippa - ha finito col mettere in crisi anche le imprese a causa del calo generalizzato delle vendite, complice anche l'ascesa del prezzo delle materie prime (petrolio in primis) e la concorrenza delle economie emergenti di Asia e Sud-America. Le crisi finanziarie anche drammatiche accadute in questi ultimi vent'anni sono soltanto il riflesso – proprio come nel '29 – di tutte le contraddizioni dell'economia reale.
Poiché nessuno che sia sano di mente può augurarsi che scoppino epidemie o conflitti globali a risolvere in un colpo solo disoccupazione, carovita, costo della benzina e crisi economica, è necessario chiedersi se le regole della cosiddetta “scienza economica” sin qui seguite dagli economisti siano realmente corrette come normalmente si afferma.

La matematica è una scienza esatta, non vi è alcun dubbio. Essa tuttavia si basa su dei pilastri chiamati postulati, senza le quali le sue regole non sarebbero più valide. Ad esempio, uno dei postulati più semplici che abbiamo imparato tutti alle elementari afferma che tra due punti può passare una e una sola linea retta. Ma se dal foglio di carta, ovvero dalla geometria piana, passiamo ad un mappamondo, la cui superficie è curva, possiamo agevolmente constatare che tra due punti, nel nostro caso il polo nord e quello sud, passano infinite linee che chiamiamo meridiani.
Anche l'economia è una scienza esatta. Tuttavia anch'essa si fonda su dei postulati elementari senza i quali le sue leggi sarebbero errate o prive di senso. Sin dall'Illuminismo la scienza economica si è sempre basata sul presupposto della crescita continua e illimitata, in regime di concorrenza e competitività, come garanzia di occupazione, crescita dei redditi e della qualità della vita. E' una legge che ha una sua verità. Ma solo in un ambiente economico infinito e con risorse illimitate perlomeno quanto l'intera galassia. E disponendo di astronavi-cargo veloci centinaia di volte più della luce come l'Enterprise del Capitano Kirk. Dal momento che né Vulcaniani né Klingon ci hanno ancora accolto nell'Organizzazione Galattica del Commercio, per la scienza economica attuale seguire ancora questo postulato sarebbe come applicare le leggi della geometria piana sulle superfici curve. Possiamo anche provarci, ma non dobbiamo lamentarci se poi i conti non tornano.
L'attuale scienza economica (di indirizzo sostanzialmente neo-liberista) si fonda anche su dei falsi miti storici tesi a convalidare la convinzione che sviluppo e innovazione tecnologica siano soprattutto figlie dell'esportazione e della domanda dei mercati esteri. Si sostiene così che la Rivoluzione Industriale nel Regno Unito sia stata promossa esclusivamente da un incremento dei traffici navali internazionali, favoriti dal dominio sui mari della nazione britannica. Argomento non errato, ma neanche completamente vero, dal momento che lo sviluppo delle imprese britanniche, specialmente nella sua fase iniziale, si avvantaggiò soprattutto della domanda interna grazie alla crescita del reddito pro capite della popolazione inglese. Non è un caso che i primi due motori a vapore modello Watt applicati alle industrie vennero installati nel 1785, uno in una fabbrica di birra (la Whitbread and Co.) e l'altro in una filanda di cotone (la Robison di Pappelwick): prodotti di largo consumo destinati in primo luogo al mercato interno.
Se da un lato dunque è evidente che la domanda interna è sempre stata di fondamentale importanza per lo sviluppo economico industriale, e per la continua innovazione, dall'altro appare altrettanto evidente l'importanza di sostenere il potere d'acquisto dei consumatori nazionali, specie quelli di fascia più bassa, perchè più numerosi. Poiché le classiche soluzioni finanziarie adottate dalle politiche economiche dei governi – ovvero stampare banconote e indebitarsi coi buoni del tesoro – per distribuire potere d'acquisto ad imprese, operai ed impiegati appaiono non più praticabili, fallimentari e obsolete, la strategia più logica, perlomeno in teoria, sembra quella della riduzione dell'orario di lavoro e l'introduzione di doppi e tripli turni nelle imprese, come già avviene in alcune realtà aziendali ad esempio francesi e tedesche. Questa soluzione non sarebbe che una maniera artificiale di redistribuire ricchezza e potere d'acquisto ai lavoratori, e potrebbe risolvere contemporaneamente sia il problema della disoccupazione, specie giovanile, sia la crisi dei consumi interni, sia l'attuale calo delle entrate fiscali, e via dicendo.
Chi si appella alla libertà d'impresa e al diritto ad accumulare profitti in nome della competitività e del proprio talento economico, in realtà non comprende che il problema non è né ideologico né politico, bensì soprattutto tecnico. Un abile giocatore di carte ha la più completa libertà di vincere tutti i soldi dei propri ingenui avversari ed il sacrosanto diritto di tenersi il suo gruzzolo. Ma se si trova in un ambiente chiuso come una prigione - o il manicomio del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” dove Jack Nickolson vince tutte le sigarette dei poveri pazienti - dopo aver rastrellato tutti gli spiccioli (o le misere cicche) si ritrova a non poter giocare più, poiché i suoi avversari non hanno più nulla da mettere come posta. Soltanto se ridistribuisce loro “potere d'acquisto”, allora il gioco può ripartire. Attualmente l'economia globale si è ridotta ad un “ambiente” molto più chiuso di quanto si creda ed i bravi imprenditori-giocatori, non solo quelli europei ed americani, ma anche quelli aumentati di numero anche nei Paesi in via di sviluppo (ammesso che tale definizione sia ancora corretta) hanno rastrellato quasi tutte le “fiches-potere d'acquisto” anche ai lavoratori-consumatori occidentali.
Non si nasconde comunque che la riduzione dell'orario potrebbe anche favorire fenomeni quali la delocalizzazione delle imprese dall'Italia verso paesi con lavoro a tempo pieno e costi più bassi, o una ulteriore fuga degli investitori esteri dal nostro paese. Ed anche un rapido ulteriore aumento dei prezzi specie dei prodotti energetici, insieme ad una crescita dell'indebitamento con i paesi asiatici a motivo dei loro più convenienti prodotti a basso costo. Sarebbero effetti collaterali non trascurabili di cui si dovrebbe certamente tener conto, con opportune correzioni.
Alla stessa maniera si dovrebbero tener conto anche di altri effetti più squisitamente psicologici e culturali per i ritmi di vita dei dipendenti. Un divertente episodio televisivo interpretato dal compianto Raimondo Vianello negli anni '70 (allorchè si cominciò a parlare di settimana corta o cortissima) vedeva un gruppo di operai lavorare fino al martedì per poi ritrovarsi nei giorni successivi a giocare a carte in modo sempre più annoiato. Giunti al sabato finirono per intrufolarsi di nascosto in fabbrica e ricominciare ad occupare il tempo in modo più soddisfacente...lavorando! Morale della favola, anche se l'impiego fosse stabile ed il trattamento economico di tutto rispetto, la riduzione dell'orario lavorativo potrebbe portare tanti lavoratori a provare un certo disagio esistenziale, crisi d'identità e sensi di colpa come quelli di cui soffrono attualmente tanti disoccupati o dipendenti in cassa integrazione.
Ciò che potrebbe salvare capra e cavoli e mantenere in positivo tutte le possibili variabili, sociali, economiche, finanziarie, psicologiche ed ambientali, potrebbe dimostrarsi un vero e proprio mutamento di mentalità e di valori al quale inevitabilmente tutte le società post-industriali sono destinate a giungere prima o poi (ed in modo più o meno “indolore”). Dalla società dei consumi materiali si dovrebbe passare alla civiltà dei consumi culturali, dove ogni lavoratore attivo una volta esaurito il proprio orario di lavoro settimanale part-time per la produzione di beni e servizi utili, si dedichi oltre che alla famiglia anche alla crescita culturale ed esistenziale propria e dell'intera società, affollando le biblioteche, le conferenze, i concerti, i musei, e via dicendo. E tralasciando sempre più l'acquisto superfluo di tanti generi di merci non necessari, in primis i lussuosi e costosi beni di lusso “status simbol”. In tal modo anche la sostenibilità ambientale delle economie attualmente più inquinanti potrebbe migliorare, riducendo i consumi energetici, il problema dei rifiuti e quello delle emissioni dannose.
E' una visione che potrebbe sembrare utopistica, ma probabilmente è il punto di arrivo obbligato – fra venti, cinquanta, cento anni, o anche più – di un sistema economico contraddittorio ed autodistruttivo come quello attuale. Il tempo sicuramente porterà a far comprendere a tutti, anche a quegli imprenditori che oggi sono così disperati da giungere a gesti estremi, che un modello alternativo più sobrio ed equo, e dunque più saggio, può certamente risultare la soluzione più adatta per molti paradossali problemi.

Fonti di riferimento.

Paul Mantoux, La Rivoluzione Industriale, Editori Riuniti.

David S. Landes, Cambiamenti tecnologici e sviluppo industriale nell'Europa Occidentale (1750 – 1914), in: Storia Economica Cambridge, vol. VI, Einaudi.

Willi Paul Adams (a cura di), Gli Stati Uniti d'America, Feltrinelli.

Julien Bonnet, La settimana di quattro giorni, soluzione alla crisi?, in: www.ComeDonChisciotte.org , da www.Bastamag.net

Ignazio Burgio, Una mancata rivoluzione industriale nell'antichità, in questo sito web

Nota. L'immagine proviene dalla libera enciclopedia in rete www.wikipedia.org.

Questo articolo è stato inserito il 15 gennaio 2012.

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