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I MISTERIOSI MEGALITI DELL'ARGIMUSCO, A MONTALBANO ELICONA (ME)
di Ignazio Burgio
(articolo originariamente pubblicato sul periodico Fenix, n. 69, luglio 2014).

Le misteriose formazioni rocciose che si presentano in tutta la loro imponenza nei pressi del paese di Montalbano Elicona, in provincia di Messina, sono state interpretate da alcuni come prodotti della natura, da altri come opera degli uomini neolitici di Sicilia in tempi molto antichi. Così le suggestive sagome della Vergine in preghiera, del volto maschile, e dell'Aquila vengono considerate ora come bizzarri scherzi della natura, ora come l'opera di una misteriosa civiltà che ha lasciato altri esempi simili non solo in Italia ma in tutto il mondo. Curiosamente però i megaliti più notevoli di questa "Stonehenge siciliana", com'è stata definita da qualcuno, presentano precisi orientamenti agli equinozi ed ai solstizi...

Roccia raffigurante l'Aquila Volti di pietra. Quando alcuni anni fa vennero scoperti i megaliti dell'Argimusco, una località poco distante da Montalbano Elicona, in provincia di Messina, il mondo degli studiosi si divise tra coloro che assegnavano un'origine assolutamente naturale e casuale alla forma e alla disposizione delle formazioni rocciose, e coloro che invece li riconducevano, in tutto o in parte, all'azione dell'uomo del neolitico. Il luogo venne equiparato da molti alle grandi strutture megalitiche dell'Europa settentrionale, come Stonehenge, Carnac, Skara Brae, e via dicendo, mentre vi fu anche chi ne attribuì l'origine al mitico popolo dei Giganti, uomini di alta statura menzionati in molte fonti antiche.
L'area innanzitutto è inserita in un vero e proprio “spazio sacro” che va ben al di là del principale raggruppamento di pietre. Sorge su di un altopiano a 1200 m. sul livello del mare, le cui coordinate esatte sono 37° 59' N, 15° 2' E. Esattamente a sud – al centro di due basse colline – si staglia la parte sommitale del cratere dell'Etna. In direzione degli altri tre punti cardinali, altrettante cime montuose o collinari sembrano “inquadrare” a bella posta l'orientamento del sito.
Sotto il punto di vista strettamente geologico, i massi si dimostrano essere dei conglomerati calcarei, facilmente sottoposti quindi, per la poca durezza della pietra, sia all'erosione degli agenti atmosferici (di cui è certamente innegabile l'azione nel corso dei millenni passati), come anche al lavoro dell'uomo. Alcune hanno forme caratteristiche ed estremamente suggestive. Nel gruppo megalitico principale, dalla pianta circolare, si notano in primo luogo due menhir, uno più slanciato e snello, alto una ventina di metri, ed uno più basso e massiccio, di poco più di dieci metri. Essi vengono comunemente definiti come “simboli sessuali maschile e femminile”. Poco più avanti spostati sulla destra (in direzione di nord-est) si innalzano tre grandi massicci di pietra, alti una trentina di metri e anche più. Le pareti di due di questi, a pochi metri di distanza l'uno dall'altro, presentano un profilo di tipo antropomorfo: uno maschile, e l'altro, nettamente più distinguibile, femminile, con le mani giunte in atto di preghiera e perciò comunemente denominata la Vergine Orante. Un altro megalite dalla forma ben distinta e caratteristica è infine costituito da un gruppo di pietre sovrapposte, dalla sagoma di aquila o comunque di un rapace, con le ali semi-spiegate e il capo rivolto verso sud.
I menhir all'ingresso dell'area sacra In tutte le parti del mondo si ritrovano megaliti di grandi dimensioni dalle forme umane o animali che hanno tutta l'aria di non essere stati creati dalla natura, bensì dall'opera di popoli sconosciuti in tempi molto antichi, con metodi e scopi ancora a noi oscuri. In Sicilia stessa nei pressi di Petralìa, in provincia di Palermo, si possono vedere altre figure, antropomorfe e zoomorfe, presenti sulle pareti di un canalone e studiate dalla ricercatrice di origine russa Emilia Sakharova. Lo stato di forte erosione ad opera degli agenti atmosferici nel corso del tempo se fanno sospettare da un lato la lontana antichità di queste sculture – risalenti forse a diecimila anni fa – ne rendono problematica l'inequivocabile identificazione come opera dell'uomo e non della natura.
A Montalbano Elicona se non può esservi dubbio che i gruppi di pietre più grandi, a giudicare dalla loro mole, siano certamente di antica origine naturale, molti indizi fanno pensare che i menhir, la disposizione di alcune pietre più piccole, e le curiose sagome dell'Orante e dell'Aquila siano al contrario di origine umana. Se ci si dota di bussola si scopre ad esempio che tanto il megalite a forma di rapace quanto il menhir più alto sono allineati esattamente lungo l'asse est-ovest. Ciò significa che ponendosi con le spalle rivolte al megalite cosiddetto “fallico” e guardando l'Aquila si può vedere sorgere il sole esattamente dietro quest'ultima nei giorni degli equinozi di primavera e di autunno. Analogamente ponendosi con le spalle di fronte al rapace e guardando il menhir si può vedere tramontare il sole esattamente ad ovest sempre nei medesimi giorni. In direzione sud-ovest inoltre un masso nei pressi della coppia di menhir potrebbe trovarsi lì in maniera non casuale per segnalare il tramonto nel solstizio invernale, mentre dalla parte opposta il sole sorge nel solstizio d'estate tra i due profili della donna in preghiera e quello maschile.

Argimusco - Panoramica Specchio del cielo. Nella carta celeste delle nostre costellazioni tradizionali la raffigurazione femminile della Vergine ha immediatamente alla sua sinistra il gruppo maschile di Boote (ovvero Arcade, il mitologico custode dei buoi, figlio di Zeus e della ninfa Callisto) mentre alla sua destra c'è un volatile, anche se quest'ultimo tuttavia non è l'Aquila bensì il Corvo. Alla sinistra di Boote vi è inoltre la costellazione filiforme del Serpente.
Riportando tutto ciò ai megaliti di Montalbano, potremmo trovarci insomma di fronte ad una classica situazione presente nelle tradizioni archeoastronomiche dei popoli antichi, ovvero la rappresentazione sulla terra di costellazioni o gruppi di stelle di significativa importanza per quelle genti. L'esempio più noto è ovviamente rappresentato dal sito egizio di Giza, ove secondo le ricerche di Robert Bauval le tre piramidi principali rappresentano le tre stelle della cintura di Orione e la statua felina della Sfinge la corrispondente costellazione del Leone.
Almeno in teoria dunque le pietre scolpite nei pressi di Montalbano Elicona potrebbero risalire a molti millenni fa. Tuttavia la difficoltà maggiore consiste nella natura calcarea delle rocce. La loro relativa friabilità difficilmente si può accordare con una remota antichità delle figure medesime, poiché le intemperie nel corso dei millenni avrebbero avuto tutto il tempo di eroderle e levigarle fino a renderne irriconoscibili le sagome.
La datazione dei megaliti di Montalbano Elicona si presenta dunque non poco difficoltosa: nessuna fonte dell'età antica ne fa cenno, ed allo stato attuale non è stato riportato alla luce dal sottosuolo del sito alcun reperto (anche perchè, ad essere sinceri, non è stato fatto ancora alcuno scavo ufficiale). Nelle vicinanze esistono i resti di “dolmen” di pietra appartenenti ad una necropoli (che in teoria potrebbe anche appartenere ad un'epoca differente rispetto a quella dei megaliti) purtroppo quasi completamente smantellata dai pastori nei secoli scorsi allo scopo di trarne materiale da costruzione. I “cubburi”, infine, caratteristiche costruzioni in pietra del luogo, affini per stile all'architettura nuragica ed ai “Sesi” di Pantelleria, appartengono ad un'epoca sicuramente diversa, anche se ancora non ben definita per la solita mancanza di seri studi archeologici.

I profili maschili e femminili Un archeoastronomo d'oltreoceano. Nel dicembre del 2009 lo studioso americano Paul Devins cominciò a studiare dettagliatamente l'area dei megaliti confermando – strumenti alla mano – le straordinarie e curiose coincidenze relative alla loro forma e disposizione.
Trovò in primo luogo che effettivamente nei giorni degli equinozi di primavera e di autunno i due megaliti a forma di Aquila e di Menhir più alto sono perfettamente allineati con il sole che sorge ad est dietro il rapace e tramonta ad ovest dietro il masso verticale. Inoltre l'ombra di questo proiettata dal sole sempre al tramonto ne raggiunge un'altra di fronte ad essa (evidentemente una sorta di “pietra testimone”). Lasciatosi guidare da alcuni segni e incisioni presenti sulle rocce vicine, Devins scoprì un ben preciso “punto focale” al centro del gruppo di megaliti, e a partire da questo rilevò ben precisi orientamenti con il sole nei giorni dei solstizi. In particolare con i due profili – maschile e femminile - scavati nelle alte pareti rivolte in direzioni opposte. La cosiddetta “Vergine in preghiera” (o “Orante”) ha infatti il volto orientato verso il sorgere del sole al solstizio d'estate, mentre viceversa l'altro versante roccioso in cui molti – compreso Devins – vedono un volto maschile, è rivolto verso il tramonto del sole nel medesimo primo giorno d'estate (che com'è noto secondo il nostro calendario cade tra il 20 ed il 23 giugno, a motivo dello “sfasamento” provocato dall'anno bisestile). La presenza dei due profili, maschile e femminile, e soprattutto di un'altra formazione rocciosa che ricorda quella di una “Grande Madre” neolitica e protostorica, simile a quelle maltesi, indusse dapprincipio Devins a riportare tutta l'area megalitica a tempi molto antichi, collegandola ai culti stagionali di fertilità agricola e femminile. A dimostrazione di una tale possibilità lo studioso osservò anche le particolari caratteristiche acustiche di tutta l'area, tali da diffondere agevolmente la voce degli antichi sacerdoti o sciamani dall'alto della formazione rocciosa più grande.
Ma la presenza di parecchie rocce, di ogni dimensione, raffiguranti costellazioni ha indotto successivamente Devins a preferire un altro tipo di interpretazione, ovvero appunto la rappresentazione nell'area dell'Argimusco della mappa celeste e delle rispettive stelle di una ben precisa data dell'antichità. Proprio come le tre principali piramidi di Giza raffigurerebbero le tre stelle della cintura di Orione, anche le molteplici rocce presenti a Montalbano, comprese quelle apparentemente di poca importanza, rappresenterebbero ciascuna una costellazione come appariva in cielo in una data molto antica.
Argimusco - Massiccio centrale Seguendo questa ipotesi, Devins ha osservato e misurato la posizione di ogni roccia presente sul sito, considerando in primo luogo le sue sembianze (o quello che ne è rimasto dopo l'aggressione di vento e pioggia), ed ha scoperto numerose figure zodiacali scolpite nelle pietre. Oltre all'Aquila, alla Vergine, al profilo maschile di cui si è già parlato, lo studioso ha infatti individuato anche le raffigurazioni di altre costellazioni, per un totale di dieci, tra cui quelle del Serpente, dell'Idra, di Ofiuco, del Corvo e della Coppa. Con l'ausilio del programma “Stellarium” ha cercato la possibile data nella quale tutte queste raffigurazioni di pietra potessero coincidere al meglio con le corrispondenti costellazioni in cielo e soprattutto con gli orientamenti solari, ed il computer ha dato la sua risposta: 10.450 a. C.
Questa data coinciderebbe curiosamente con quella proposta da Robert Bauval e da altri ricercatori indipendenti circa la datazione delle tre più grandi piramidi di Giza, legate in qualche modo a civiltà antichissime ed ancora ignote all'Archeologia ufficiale, scomparse in seguito ad un disastro globale in cui venne coinvolto il nostro pianeta intorno a quell'epoca. Lo studioso americano tuttavia riflettendo obiettivamente, si è reso conto che le costellazioni da lui identificate risalgono certamente ad un'età posteriore al 10.450 a. C. Se può essere anche vero che in età molto antica gli uomini raggruppavano già le stelle in costellazioni, come parrebbero dimostrare diverse rappresentazioni pittoriche in alcune grotte preistoriche, è tuttavia poco probabile che le genti del neolitico vedessero in cielo le medesime nostre costellazioni, che risalgono per quel che ne sappiamo al periodo delle grandi civiltà mediorientali (III millennio a. C.). Per di più tra le sagome rocciose Devins ha riconosciuto anche il Sestante, una costellazione storicamente introdotta nel XVII secolo dall'astronomo polacco Johannes Hevelius. Dunque come può una costellazione moderna trovarsi rappresentata in un contesto megalitico che si presume preistorico? Lo studioso non si è nascosto il problema, fino ad abbandonare tutte le sue precedenti supposizioni e ad approdare a conclusioni nuove e completamente differenti: l'origine dell'area sacra dell'Argimusco potrebbe in realtà essere molto più vicina a noi nel tempo, addirittura non anteriore all'età medievale, contrariamente all'aspetto grezzo e primitivo delle rocce.

La medicina astrologica medievale. Dopo la Rivolta del Vespro in Sicilia (1282) ed i brevi regni di Pietro d'Aragona e Giacomo II, l'isola venne governata dal sovrano aragonese Federico III. Come risulta dalle cronache del tempo, costui amava risiedere spesso a Montalbano anche per approfittare delle vicine acque termali del Tirone: il suo medico personale Arnaldo di Villanova gli aveva infatti prescritto questa terapia contro la gotta da cui era affetto. Proprio questo personaggio poco conosciuto viene considerato dal Paul Devins come uno dei possibili costruttori dell'area megalitica: oltre che medico, secondo la cultura dell'epoca, era infatti anche astrologo ed alchimista, e cosa curiosa pur essendo morto nel 1316 in un naufragio nei pressi di Genova, per sua volontà venne sepolto nella cappella del castello di Montalbano, residenza del medesimo re Federico. Secondo quanto emerso dalle ricerche dello studioso americano sui documenti dell'epoca, Arnaldo da Villanova, originario della Catalogna, potrebbe aver creato il gruppo principale delle figure megalitiche delle costellazioni, modellando e spostando le rocce naturali presenti sull'altopiano. Era infatti convinto - seguendo una tradizione astrologico-alchemica risalente ai medici arabi – che la raffigurazione sulla terra della mappa celeste avrebbe amplificato gli influssi benefici delle stelle, favorendo la guarigione degli ammalati che vi si recavano nelle notti estive.
Arnaldo da Villanova Come ha fatto notare Devins, la biblioteca di questo medico catalano era piena di testi arabi riguardanti l'astrologia medica come ad esempio gli scritti di Thebit Ibn Qurra secondo il quale ci si poteva servire di statue che rappresentavano le costellazioni per trasmettere l'influsso delle stelle anche per finalità terapeutiche. All'interno degli stessi libri composti da Arnaldo (De iudiciis Astronomia, Speculum Medicinae, De Sigillis, De Regimen Sanitatis, solo per citarne alcuni), si trovano dettagliati riferimenti su come attirare i raggi delle costellazioni all'interno di "sigilli di pietra" per curare le differenti parti del corpo umano correlate alle corrispondenti costellazioni. Con l'aiuto di Eleonora d'Angiò, moglie del re Federico III, e delle risorse finanziarie messe a disposizione da questa regina, Arnaldo da Villanova, secondo le ricerche di Devins, realizzò il complesso dei megaliti al fine di curare tramite l'influenza astrologico-esoterica delle stelle, il re e gli altri personaggi della corte aragonese in Sicilia.
Anche dopo la morte del medico catalano, l'area dell'Argimusco, come scoperto da Devins, continuò ad essere frequentata nei secoli successivi da personaggi appartenenti a circoli alchimistici-esoterici, in seguito alla diffusione della cultura e della letteratura ermetica a partire dall'epoca rinascimentale. Addirittura – come riporta lo studioso – secondo una tradizione popolare del luogo, fra i megaliti si sarebbero svolte anche riunioni di streghe, veri e propri “sabba”, e più di una di quelle povere donne subì, proprio in mezzo alle rocce scolpite, la punizione del rogo da parte delle autorità ecclesiastiche. Altre formazioni rocciose più moderne come la rappresentazione della costellazione del Sestante, vennero probabilmente aggiunte nel Sei o Settecento, da astrologi e occultisti che deliberatamente non lasciarono alcuna traccia di sé per sfuggire alla pericolosa minaccia dell'Inquisizione. Forse, come suggerisce sempre Devins, nel XVIII secolo anche Althotas, il misterioso maestro di medicina e alchimia del famoso Cagliostro (alias il palermitano Giuseppe Balsamo) potrebbe aver frequentato la zona dell'Argimusco, e avervi anche apportato delle aggiunte, come ad esempio proprio il megalite raffigurante la costellazione del Sestante. Anche se, come affermato dal medesimo Cagliostro, Althotas era per metà greco e per metà spagnolo, tuttavia al momento del loro incontro abitava già a Messina da parecchio tempo.
In questo contesto allora anche le interpretazioni simbolico-mitologiche, oltre che zodiacali, tratte dai miti classici riscontrate da Devins nella disposizione dei megaliti (ad esempio la contrapposizione fra l'Aquila e il Serpente, simboli rispettivamente della luce e delle tenebre) possono benissimo trovare una loro collocazione, in quanto facenti parte della medesima cultura alchimistica ed esoterica diffusasi in tutta Europa a partire dal Rinascimento.
Resta da risolvere tuttavia il dilemma dell'epoca a cui si riferisce la rappresentazione delle costellazioni zodiacali sotto forma di megaliti. Devins inizialmente riteneva che l'alba del solstizio estivo del 10.450 a. C., fosse tenuta in grande considerazione dagli occultisti del tempo – compresi i costruttori dell'area megalitica dell'Argimusco – in quanto ricollegabile ai miti platonici dell'Età dell'Oro e del continente sommerso, così come descritto nei famosi dialoghi del Timeo e del Crizia. Ben presto tuttavia studiando le diverse possibilità, sempre col programma Stellarium, si rese conto che i costruttori dell'area magico-astrologica intendevano in realtà riprodurre sì il cielo stellato del solstizio estivo, ma non quello diurno, bensì quello notturno: riportando infatti indietro nel tempo la mappa celeste, si può vedere come intorno al 1300 e nei secoli successivi, la disposizione delle costellazioni in cielo dopo il tramonto coincideva con la distribuzione dei megaliti sull'Argimusco. In questa maniera, il rispecchiamento sulla terra delle costellazioni celesti si dimostrava perfetto e coerente sotto il cielo notturno, ed i megaliti, proprio come talismani di pietra, avrebbero potuto amplificare le influenze benefiche delle stelle sugli ammalati che venivano condotti di notte sull'altopiano sopra Montalbano Elicona.





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PREMIO NAZIONALE
CRONACHE DEL MISTERO 2014
LE CIVILTÀ STELLARI
di Ignazio Burgio

Editore: Narcissus Self Publishing

Pagine: 211

Prezzo: 1,99 euro

On line su:
www.UltimaBooks.it
www.Mazy.it
www.TimReading.it
Libreria Rizzoli
ed altre ancora...


Bibliografia.

Paul Devins, Il mistero dell'Argimusco, in: www.argimusconow.blogspot.com (L'autore che ha dedicato ampi studi archeoastronomici e documentativi, ha pubblicato quattro libri su questo complesso megalitico: La scoperta dell'Argimusco, Esclarmond, una storia eretica, Considerazioni propedeutiche alla "vendicazione" di Arnaldo da Villanova, ed il più recente Argimusco decoded, tutti dell'editore Barbelo&Sophia. Sono rintracciabili presso il sito web: www.lulu.com).


Questo articolo è stato inserito il 27 luglio 2015.

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