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I p e r c u l t u r a

Crocevia di arti e scienze.


UN AMORE SELVAGGIO
di Franco La Magna.
(Articolo pubblicato sul quotidiano "La Sicilia" il 18/09/2011).

Un film del 1912, scovato in Olanda già proiettato a Bologna e tra qualche giorno alle “Giornate del Cinema Muto” di Pordenone, è la prima opera ritrovata interpretata da Giovanni Grasso e segna (fino a prova contraria) anche l’incipit cinematografico nazionale del grande attore catanese (che aveva già girato due film in Argentina), per anni rimasto incredibilmente non riconosciuto nei panni dell’antagonista di Raffaele Viviani, alla sua prima esperienza nel cinema. Un rarissimo tassello da aggiungere alla filmografia del “più grande tragico del mondo”.

Fotogramma di Un amore selvaggio (1912) Un piccolo gioiello, già definito un capolavoro, per circa un secolo rimasto avvolto nel più fitto mistero. Poi all’improvviso la notizia del “miracoloso” ritrovamento presso un fondo privato di film su supporto di cellulosa, la donazione all’olandese “Eye-Film Instituut Nederland”, seguita dall’immediato restauro (2004) e dalla prima proiezione italiana nel 2005 alla rassegna del “Cinema Ritrovato” di Bologna. Selezionato ora anche alle “Giornate del Cinema Muto” di Pordenone (1-8 ottobre) - la più importante kermesse mondiale dell’ “arte del silenzio”, alla quale ogni anno giungono come in pellegrinaggio studiosi, storici, critici, giornalisti e semplici “cinephiles” provenienti dall’intero pianeta - il breve film (25’) “Un amore selvaggio” (1912), di cui resta ignota la regia, vanta l’inedito, esaltante, sapore di ben quattro straordinarie primogeniture. Unica opera ritrovata e primo film di Raffaele Viviani, appartenente ad un gruppetto di tre film girati nel 1912 e commissionati dalla “Cines” (allora la più importante casa di produzione italiana) all’attore-drammaturgo-poeta-compositore partenopeo, “Un amore selvaggio” (“impetuoso” in olandese) è il primo reperto in cui appare Giovanni Grasso (Catania 1873-1930) e, fino a prova contraria, suggella l’incipit cinematografico nazionale del grande attore catanese. Un guinness di primati in una manciata di minuti.
Antagonista di Viviani (allora ventiquattrenne) è dunque, nientemeno, fino ad ora incredibilmente non riconosciuto, il già mitico Giovanni Grasso, l’ex puparo del teatro “Machiavelli”, transitato con strabilianti successi al teatro e quindi al cinema, dove diviene in breve osannato moloch. A riconoscerlo - dopo aver ripetutamente visionato il film - tutti gli eredi di Grasso, l’attore regista Turi Giordano, chi scrive e, last but not least, lo stesso figlio di Viviani. In una nota della biografia dedicata al padre “Dalla vita alle scene” (ancora scovata dal “martogliano” doc Giordano) Vittorio Viviani scrive infatti: «Famosa la sua interpretazione de “La serenata” di Pascarella e di “Turiddu Spitu”, tratto da Nino Martoglio: ritratto quest’ultimo di un “mafioso”, del quale l’Artista dava una caratterizzazione esemplare, posta anche la sua assimilazione del piglio “sicuro” di Giovanni Grasso, che egli ebbe a suo antagonista nel film (andato perduto) ”Amore selvaggio” » (Guida Editori, Napoli, 1977, p. 145).
Il preziosissimo tassello mancante si aggiunge alla non scarna filmografia dell’attore catanese (probabilmente ancora non completa), allora da poco rientrato in Italia dopo la lunga tournée argentina, dove nel 1910 interpreta i suoi primi due film (diretti da Mario Gallo) ed in procinto di diventare l’astro rutilante della romana “Morgana Films” di Nino Martoglio, con la quale raggiungerà gloria imperitura nei panni del cieco Nunzio, protagonista del mitico (e mitizzato) “Sperduti nel buio” (1914), regia dello stesso Martoglio, film considerato eponimo e antesignano del realismo cinematografico. Un capolavoro tecnico e recitativo, con la trapanese Virginia Balistrieri (moglie di Giovanni Grasso, detto jr., nipote di Giovanni e anch’egli attore) purtroppo trafugato a Roma nel 1943 dai nazisti in rotta e irrimediabilmente perduto.
Fotogramma di Un amore selvaggio (1912) Il 1912 è l’anno in cui la Sicilia emerge prepotentemente dagli schermi nazionali. Quasi in contemporanea appaiono lo “stregonesco” e torbido “Malìa”, tratto da Capuana, sempre della Cines, nel cui C.d.A siedono autorevoli siciliani; alle falde dell’Etna, la Roma Film gira e ambienta il passionale “Feudalismo” di Alfredo Robert, dal dramma “Terra Baixa” del catalano Angel Guimerà e già portato in teatro dallo stesso Grasso (con il famoso morso letale alla gola), attraverso la versione sicilianizzata e vernacolare scritta da Angelo Campagna (tra gli interpreti dei due film i catanesi Mariano Bottino e Attilio Rapisarda); quindi il dramma campestre “Un amore selvaggio”, chiaramente influenzato dalla produzione letteraria di Verga e Capuana, scritto forse a quattro mani dagli stessi Grasso e Viviani. In un’azienda agricola siciliana lavorano Giuseppe (nell’edizione olandese Raffaele) e Carmela (Luisella in olandese, ma l’analisi filologica del testo rivela altre differenze), fratello e sorella, ribelli e violenti. Giuseppe, licenziato per aver offeso il padrone, vorrebbe portare con se la sorella, ma lei rifiuta perché ama disperatamente Alessandro, figlio del proprietario, già fidanzato, che però la respinge. La donna tenta allora di avvelenare la rivale in amore, ma viene scoperta e a sua volta scacciata. Per vendicarsi racconta a Giuseppe d’essere stata sedotta (“offesa” in olandese) e chiede al fratello (già propenso a farlo) di uccidere Alessandro, ma mentre spia la casa della rivale rotola in una scarpata e viene curata proprio dalla buona e gentile fidanzata di Alessandro. Pentita, Carmela confessa a Giuseppe d’aver mentito, proprio mentre questi sta per colpire Alessandro con un falcetto. Egli la perdona e i due vanno via insieme. “Feuilleton” truculento (purtroppo il restauro non ha potuto salvare gli ultimi 2’40”), che suffraga il carattere brutale e tragico delle storie estreme alle quali Grasso, teatrale e cinematografico, presta la sua maschera esagitata incantando pubblico e critica.
Qui però, contrariamente all’impetuosa caratterialità del Catanese, il ruolo più morigerato è giocato proprio da Grasso-Alessandro, misurato “padrone”, mentre il latente conflitto di classe è mascherato dall’aggressività del plebeo Viviani-Giuseppe, masaniello oltraggioso e vendicativo. Ambientato in Sicilia, ma girato probabilmente nei dintorni di Roma, “Un amore selvaggio” “...denota alcuni accorgimenti del linguaggio cinematografico che ne fanno un documento importante della produzione dell’inizio degli anni Dieci…esterni reali… viraggio di alcune scene di color seppia… e di colore blu…il tentativo riuscito dei due fratelli di imprimere alla loro recitazione una valenza adatta al cinema… una gestualità caricata che si integrava con le espressioni facciali e il linguaggio del corpo…” (Iaccio).
L’indiscussa influenza recitativa di Grasso su Viviani (sanguigni attori popolari) non sfugge anche alla critica inglese che, in merito al film successivo “La catena d’oro” (1912, dove potrebbe ancora apparire Grasso, così come nel terzo film “Testa per testa”) commenta: “Sig. Viviani… reminds on quite a great deal of Grasso, the famous Sicilian…” (“The Bioscope”, 5 settembre 1912). Un film che, in ultima istanza, convalida - anticipando il conclamato realismo cinematografico martogliano - l’esistenza d’una corrente verista “meridionale”, inopinatamente schiacciata dalla magniloquenza megalomane del vincente dannunzianesimo.

Nota. Si ringrazia il dott. Franco La Magna, storico e critico del cinema catanese e siciliano per aver concesso il presente articolo, originariamente pubblicato sul quotidiano "La Sicilia" il 18 settembre 2011. Le immagini riportano due fotogrammi del film ritrovato, e sono state gentilmente concesse sempre dal dott. La Magna.

Questo articolo è stato inserito il 12/12/2011.

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