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I p e r c u l t u r a

Crocevia di arti e scienze.



FRANCESCO ALLIATA: IL PRINCIPE DEL CINEMA E DEL MARE
di Gianni Virgadaula
(tratto da: "SICILIA CINEMA, n. 2, Giugno 2010)

Nell'estate del 1946 il Principe Francesco Alliata di Villafranca insieme ad un gruppo di amici tutti appassionati di pesca subacquea e di cinema effettuarono alle Isole Eolie le prime riprese cinematografiche professionali in immersione. Il documentario che ne seguì, Cacciatori subacquei, anche se di appena 12 minuti, costituisce una pietra miliare nella storia del cinema, poichè spianò la strada ai cineasti con muta e pinne quali Folco Quilici, Bruno Vailati, Jaques Ives Cousteau, ecc. Il Principe Alliata ed il suo gruppo di amici tuttavia non si fermarono lì, ma fondarono anche una vera e propria Casa di Produzione, la Panaria Film che nel corso di un decennio produsse oltre ad un gran numero di documentari anche film di valore, come La Carrozza d'oro e Vulcano. Per gentile concessione del regista Gianni Virgadaula, ripubblichiamo un'intervista del medesimo regista al Principe, il quale ripercorre con la memoria le vicende di quegli anni memorabili.

Principe Alliata Principe Alliata qual è stato il suo primissimo approccio con la macchina da presa ?

“Il mio incontro con la cinematografia si perde nella notte dei tempi. Avevo 11 anni quando la zia Felicita mi regalò una scatola nera in simil pelle che si chiamava kodak box, e che altro non era che una macchina fotografica capace di impressionare su un rullino di celluloide fotografie 6 x 9. Con quella ci scattai le mie prime foto. Ma sin da piccolo era il cinema che mi interessava più di ogni altra cosa. Così, quando nel 1936 mi iscrissi a Palermo alla Facoltà di Giurisprudenza, cominciai a frequentare la sezione cinematografica del GUF (Gruppi Universitari Fascisti); un'organizzazione che il Partito fascista aveva voluto per coltivare e sviluppare le attitudini culturali, sportive e artistiche dei giovani studenti. Di seguito completai gli studi a Napoli dove il 15 giugno 1940, vale a dire 5 giorni dopo la dichiarazione di guerra alla Francia, mi laureai. Naturalmente anche a Napoli frequentai il CineGUF, che era divenuto il più importante d'Italia grazie a uomini come Squitieri, Vittorio Gallo, Mimì Paclella, che poi nel cinema ebbero anche un ruolo importante nel proseguio degli anni.
Io fui allievo di questi personaggi che mi diedero fiducia e così imparai ad usare la macchina da presa, e soprattutto imparai a maneggiare il colore, perchè l'Agfa, vista l'importanza del CineGUF di Napoli ci mandava sempre dei campioni di pellicola 16mm a colori per sperimentarla, in un periodo in cui in Italia il cinema a colori non esisteva ancora. Così, già negli anni 38/39 potei fare diversa pratica con il colore e questo in futuro mi avrebbe molto avvantaggiato. Subito dopo la laurea feci il corso di allievo ufficiale e da sottotenente fui incaricato di organizzare a Napoli spettacoli cinematografici per i nostri soldati che transitavano per andare a combattere in Africa orientale nelle nostre colonie. Dopo però ebbi un incarico ben più impegnativo. Infatti fu inviato in Sicilia per filmare le operazioni belliche. Divenni così un reporter di guerra e fui messo al comando del nucleo 13. Con questi miei soldati documentai i pesanti bombardamenti alleati che continuamente, giorno e notte, martellavano le nostre città. Era un compito ingrato e dolente, ma fu proprio filmando con la mia mdp le devastanti incursioni degli anglo-americani che iniziai la mia carriera cinematografica a livello professionale”.

Ci vuole parlare della genesi della Panaria Film? Da cosa nacque l'idea di creare una casa cinematografica in Sicilia?

Io dico sempre che il caso è il grande motore della vita. Ed il caso fu molto positivo per me ed i miei amici con i quali fondai quest'azienda cinematografica che chiamammo Panaria Film. Tutto cominciò sul finire della guerra, quando Pietro Moncada dei Principi di Paternò, venuto in licenza dalla Francia, dove comandava una guarnigione ad Antibes, portò con sé degli strani attrezzi in dotazione alla marina militare italiana. Si trattava di una maschera subacquea, di un paio di pinne, e di un fucile a molla lungo circa un metro e mezzo capace di lanciare una fiocina. Questi strumenti venivano utilizzati dai nostri incursori che a cavallo dei famosi “maiali” penetravano nei porti e minavano le navi nemiche facendole saltare in aria. Ma noi volemmo fare subito un uso pacifico di quegli attrezzi che ci consentivano di immergerci nelle acque profonde e vedere il magico mondo sottomarino, come mai nessuno lo aveva visto. La mia prima idea fu quindi quella di filmare le meraviglie che si celavano sotto la superficie del mare, ma ciò sarebbe stato possibile solo inventando uno strumento capace di proteggere sott'acqua la macchina da presa. E in questo ci adoperammo io e gli altri amici del gruppo che si era venuto a formare, parlo di Quintino di Napoli e del barone Renzo Avanzo. Quest'ultimo era cognato di Luchino Visconti, avendone sposato la sorella Uberta. Ma era anche cugino di Roberto Rossellini, essendo figlio di una delle sorelle. Più tardi, al nostro quartetto si sarebbe aggiunto anche Fosco Maraini, che però non fece mai parte integrante della Panaria. Ebbene, insieme a questi amici, dopo molti tentativi, riuscimmo infine a costruire un'acconcia custodia stagna per la Arriflex 35mm in modo da calarla in mare senza danni. E con questa attrezzatura andammo alle Isole Eolie intenzionati a realizzare il nostro primo documentario. Lavorammo in immersioni continue per 45 giorni e girammo 3.000 metri di pellicole senza neppure sapere se la pellicola sarebbe stata correttamente emulsionata. Lo sapemmo solo quando il laboratorio sviluppò il negativo. E fu bellissimo constatare che neppure un metro di pellicola era andata perduta. Le nostre riprese furono poi montate, grazie ai buoni auspici di Renzo Avanzo e Roberto Rossellini, dal grande montatore Carlo Alberto Chiesa. Ne uscì fuori un documentario della durata di 12 minuti cui demmo il titolo di “Cacciatori sottomarini”. Quel documentario ottenne un grande successo al festival di Cannes del 1947, e in quello stesso anno nacque la Panaria Film, il cui nome ci venne ispirato da Panarea, che fra le sette isole delle Eolie era quella che amavamo di più”.

La “guerra dei vulcani”. Quali ricordi la legano a quel periodo?.

“La guerra dei vulcani fu un grandissimo e tumultuoso scandalo che per mesi vivacizzò il mondo del cinema ed appassionò la gente comune attraverso ciò che i cronisti scrivevano sui rotocalchi ora su Anna Magnani ora su Rossellini e la Bergman. L'antefatto fu certamente il rapporto sentimentale che si instaurò fra il regista e la più celebrata diva di Holliwood del tempo. Questa – affascinata dalla visione di “Roma città aperta” - aveva scritto una lettera a Rossellini dove diceva: “Se un giorno lei avesse desiderio di impegnare in qualche sua opera un'attrice che parla lo svedese, il tedesco, l'inglese, sarei ben felice di poter essere a sua disposizione. So soltanto tre parole della sua lingua: “io ti amo”. Ricevuta quell'epistola, Rossellini, da buon maschiaccio italico, più che all'arte dovette pensare a qualche altra cosa e di nascosto della Magnani cominciò a frequentare la Bergman.
Con tutto ciò che ne seguì. Roberto lasciò la Magnani. La Bergman lasciò Howard Hughes. Poi i due annunciarono di voler fare un film insieme che si sarebbe chiamato “Stromboli”, e che altro non era che un nostro progetto su cui avevamo a lungo lavorato e di cui Rossellini era perfettamente a conoscenza perchè doveva esserne il regista. Il film avrebbe dovuto intitolarsi “Vulcano” e lo avremmo girato naturalmente alle Eolie. Ma Rossellini fu molto abile nel rubarci l'idea, i tempi, i luoghi...tutto. Quella fu una cosa che ci fece arrabbiare molto, ma che ci procurò anche tanto divertimento perchè quando decidemmo con Renzino Avanzo di girare comunque il nostro “Vulcano” per la regia di William Dieterle, lo scontro con Rossellini divenne una competizione sportiva di tipo schermistico, dove ciascuno cercava di infilzare l'altro come poteva. In verità, per certi versi quella fu una vicenda drammatica, ma ormai sono trascorsi 70 anni e i protagonisti di quella storia sono tutti scomparsi...tranne me. Quindi, ricordiamo quei fatti senza rancore, con la polvere del tempo che ha appannato un po' risentimenti ed emozioni. Piuttosto, rido divertito quando penso che alcuni allora ci apostrofarono come i giovinotti ricchi e nobili, i ragazzacci siciliani ingaggiati dalla Magnani perchè “Nannarella” voleva vendicarsi del tradimento di Rossellini girando un film tutto suo. Sia “Stromboli” che “Vulcano” furono realizzati nel '49, con due troupe operanti nel raggio di poche miglia. Ovviamente, noi che eravamo stati plagiati fummo accusati di plagio. Per fortuna, in questi anni sono usciti dei libri che hanno saputo restituire la verità a quella vicenda. Parlo soprattutto del volume “La guerra dei vulcani” scritto da Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice”.

Perchè nel '56 la Panaria Film cessò la sua attività ?

“La chiusura della Panaria fu la conseguenza della grave crisi che colpì il cinema italiano nel '56. Negli anni del dopoguerra il nostro cinema aveva avuto i suoi più grandi successi con il Neorealismo e grazie a registi come De Sica, Rossellini, Visconti. Ma in quegli anni il nostro cinema si comportò da cicala e non da formica. Tutti pensavano che l'Italia era divenuta la nuova “Mecca del Cinema”; una fonte inesauribile di guadagno e di benessere, ma furono proprio gli sperperi e la presunzione a determinare la crisi. Pensi che nel '48 la Magnani per “Vulcano” prese un compenso di 40 milioni, una cifra spaventosa, allucinante per quei tempi. E nel 1950 per “La carrozza d'oro” le demmo 60 milioni. Ma come ho detto, fu questa corsa al rialzo che determinò la catastrofe. Nel '56 ci fu poi l'incendio degli stabilimenti della Minerva, la più grande casa di distribuzione italiana, e quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fu il fallimento della nostra industria, e anche noi della Panaria dovemmo chiudere l'attività e leccarci le ferite. Il nostro lavoro, nell'arco di un decennio, ci aveva portato a realizzare sette lungometraggi e una trentina di documentari. Poi, un lungo oblio durato 37 anni, sino a quando nel 1993, grazie alla dott.ssa Rita Cedrini, studiosa, ricercatrice, antropologa...della cultura, ci fu un prepotente ritorno di interesse intorno alla Panaria con mostre, rassegne, dibattiti, pubblicazioni che ne rievocarono il cammino, certo difficile, ma importante. Fra le tante manifestazioni, vorrei ricordare il Tribecca Film Festival, fondato a New York da Martin Scorsese nella zona delle Torri Gemelle per ridare vita a quel martoriato quartiere. Era il 2004 e in quell'occasione fu proprio Scorsese a presentare in una sala gremitissima “Vulcano”, che era stato appena restaurato dalla Cineteca del Comune di Bologna.
Perchè tutto questo accade a noi, alla Panaria, e non ad altri produttori che avevano fatto più film di noi ? Perchè le produzioni, le iniziative, le creazioni della Panaria Film rappresentano un unicum nella storia del cinema. E di questo sono fiero, anche per i miei amici oggi tutti scomparsi. Noi fummo i primi a penetrare il mare con le nostre macchine da presa e con tutte le attrezzature che avevamo creato con le nostre stesse mani. Noi siamo stati i primi al mondo a fare le prime riprese subacquee a colori con “Sesto continente” diretto da Folco Quilici. E fu ancora la Panaria a girare in Europa il primo film in technicolor e in cinemascope che fu “La carrozza d'oro” di Jean Renoir”.

Principe Alliata, qual è il suo rapporto con la fede ?

“Beh, la mia è una antica famiglia di grande tradizione cattolica e non potrebbe essere altrimenti. Non per nulla gli Alliata possono vantare più di un santo. Difatti nella lista dei nomi di cui ciascuno viene investito dalla nascita, ci sono i nomi dei nostri santi di famiglia. San Dazio che fu vescovo di Milano tra i successori di Sant'Ambrogio; San Signorotto che fu missionario in Africa in epoca medievale avanzata; il beato Gherardo Alliata che fu arcivescovo di Pisa e di cui c'è la tomba nel duomo della città. E probabilmente un altro santo che viene celebrato in alcune memorie della famiglia ma di cui non abbiamo notizie certe è San Leone, che fu crociato in Terrasanta. Andando a Palermo nel palazzo degli Alliata di Villafranca, sulla sommità del palazzo c'è una grande vetrata dove sono riportati appunto i nomi di San Signorotto, San Dazio e San Leone. Io sono anche cavaliere del Sovrano Ordine di Malta, e alcuni miei avi sono sepolti a Malta nella splendida cattedrale di San Giovanni, mentre altri sono sparsi in altre innumerevoli chiese, per esempio a Villafranca Sicula, il nostro primo feudo, e poi a Saponara e Tre Castagne. Anche a Palermo, nella splendida basilica di San Francesco d'Assisi, nella cappella a sinistra, sono sepolti alcuni miei antenati del '400, '500, '600.
Certo, ad onor del vero, fra la mia famiglia e la prelatura e con chi amministra Dio in terra non sono mancate a volte incomprensioni, ma rimane intatta la nostra fede all'Onnipotente e la nostra disciplina alla Chiesa”.

Nota. Si ringrazia per questa intervista il regista Gianni Virgadaula, Direttore della rivista "SICILIA CINEMA". La foto all'interno del testo ritrae il Principe Francesco Alliata.


Questo articolo è stato inserito il 17 ottobre 2010

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