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Crocevia di arti e scienze.

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IL BELLO DELLA BRUTTA COPIA: IL RUOLO DELLA CARTA NELLO SVILUPPO CULTURALE ITALIANO NEL MEDIOEVO
di Ignazio Burgio.

Il XIII secolo vede in Italia la nascita pressocchè improvvisa di una letteratura in volgare già molto matura e raffinata nella quale non solo la poesia raggiunge livelli già eccelsi, ma anche la prosa narrativa, ed in minor misura anche quella scientifica, si dimostrano di altissima qualità. Quali i motivi di questa spettacolare esplosione culturale ? I classici fattori socio-economici (lo sviluppo delle città, di una borghesia mercantile, ecc.) sembrano insufficienti a rispondere esaurientemente a questa domanda. Così in questo articolo viene focalizzata l'attenzione su di un elemento fino ad ora troppo trascurato, ma di fondamentale importanza: l'entrata in scena nella civiltà medievale della carta.

cartiera a Fabriano nel medioevo La fioritura culturale che si verificò in Italia a partire dal XIII secolo appare quasi come un fenomeno improvviso e già macroscopico se paragonato alla povertà culturale dei secoli precedenti. Fenomeni quali la nascita della poesia siciliana e toscana, la proliferazione delle opere storiografiche, giuridiche e teologiche, e la ripresa dell'interesse per le scienze con Leonardo Fibonacci e Pietro d'Abano sembrano quasi esplodere improvvisamente, e soprattutto già dotate di una elevata dose di raffinatezza come non se ne vedeva dalla fine dell'età antica.

Quali furono i fattori che promossero un fenomeno così improvviso ? Certamente un ruolo importante venne giocato dallo sviluppo demografico, sociale e commerciale dell'ambiente urbano e comunale. Oltre ai nobili ed agli ecclesiastici, anche la nascente borghesia colta, nonchè i prestigiosi esponenti degli ordini giuridici, come i notai, dovettero essere invogliati dalle loro stesse letture a comporre versi e prose tanto nella lingua dei colti, ovviamente il latino, quanto in quella del volgo. In ogni caso svolsero quantomeno il ruolo di "consumatori" di opere nuove ed antiche, stimolando quella "domanda" di cultura che avrebbe condotto, di lì ad un paio di secoli, all'Umanesimo italiano ed europeo.

Ugualmente un altro non meno importante ruolo venne sicuramente giocato dal contatto con la cultura araba che già dall'VIII secolo si era fatta mediatrice fra la cultura indiana, persiana e bizantina, da un lato e l'Europa occidentale dall'altro.
Fu a partire proprio da tale periodo che la città di Baghdad divenne il principale centro di cultura del mondo islamico e sfornò grandi nomi di matematici, astronomi, geografi e filosofi che avrebbero fatto scuola anche ai centri di cultura islamica di Sicilia e Spagna - Palermo, Toledo, Cordoba, ecc. - e da lì al resto d'Europa.

Non è stato tuttavia adeguatamente considerato fino ad ora - a mio parere - il ruolo svolto da un terzo non meno importante fattore, molto più materiale ma straordinariamente potente dal punto di vista intellettuale e culturale: la grande disponibilità di un supporto di scrittura economico come la carta.

La cultura antica fu sostenuta dal papiro. Quella medioevale (fino al XII secolo) dalla pergamena. Entrambi erano materiali costosi e di limitata diffusione. Tanto la produzione di testi scritti quanto la loro lettura rimanevano pertanto limitate alla ristretta cerchia dei ceti più elevati ed alfabetizzati (classi sacerdotali, scribi, giuristi, storici, ecc. nell'antichità; gli uomini di Chiesa nell'alto medioevo). Ciò che mutò radicalmente la scena culturale nel mondo arabo ed europeo fu appunto l'entrata in scena della carta.

Secondo le cronache ufficiali cinesi fu nel 105 d. C. che il dignitario di corte Ts'ai Lun, presentò al suo imperatore Ho-Ti i primi fogli di carta fabbricati con paglia di tè, canna di bambù e stracci di canapa. La nuova invenzione ebbe un grande successo nel Celeste Impero ed essa venne impiegata non solo per scopi letterari ma anche, per esempio, per arredare case e templi, come materiale da imballaggio, o anche per produrre tovaglioli di carta. Fra il II ed il X sec. d. C. i metodi di fabbricazione della carta si diffusero in tutte le regioni della Cina, fino in Indocina ed in Giappone (dal 610 d. C.). Nel 751 durante una spedizione militare ai confini con l'Impero Cinese, gli arabi conquistarono la città di Samarcanda e lì catturarono anche due fabbricanti di carta cinesi. Avvalendosi della loro esperienza venne subito impiantata una cartiera in quella città la quale disponeva di tutti gli elementi necessari per la nuova industria: acqua, canali d'irrigazione, e la materia prima, i campi di lino e di canapa. A differenza, infatti, della carta cinese che veniva fabbricata anche con i più svariati materiali (riso, bambù, gelso, bozzoli di bachi da seta e persino muschio ed alghe), la carta araba (seguita poi da quella europea) venne prodotta sin dall'inizio utilizzando esclusivamente gli stracci di lino e di canapa. Il procedimento di lavorazione prevedeva - in poche parole - la sfilacciatura e la macerazione degli stracci immersi in acqua fino ad ottenerne un impasto omogeneo. Dopodichè vi si immergeva un setaccio a maglie fini che lasciando filtrare l'acqua tratteneva le fibre macerate, le quali formavano così un foglio con la forma del telaio. Gli stessi fogli venivano quindi pressati, asciugati (al sole o contro il muro di una fornace) e ricoperti di una pellicola di amido di riso per renderli più reattivi agli inchiostri. Da Samarcanda i metodi di fabbricazione della carta si diffusero in tutti gli altri paesi arabi. Nel 793 venne impiantata un cartiera a Baghdad. Sempre nel medesimo periodo (fine VIII sec.) cominciarono a produrre carta anche la Siria e l'Egitto, dove talvolta anche le bende di lino sottratte alle antiche mummie finivano in mezzo agli stracci da macerare.

Già prima dell'anno Mille le fabbriche di carta si estesero a tutto il Nord-Africa, la Sicilia e la Spagna, a quel tempo sotto il governo arabo. Grazie alla sua posizione di ponte geografico e commerciale tra l'Africa araba e l'Italia cristiana proprio la Sicilia diventò nel X secolo un importantissimo centro di esportazione della carta verso il nord tanto da stimolare a partire dal XII secolo la nascita di cartiere anche nella penisola. Pare che già intorno al 1100 qualche fabbrica di carta svolgesse la sua attività in quei centri che commerciavano con i paesi arabi, come ad esempio Amalfi. In ogni caso è proprio dalla seconda metà del XII secolo (probabilmente dal 1173) che iniziò la produzione della carta nella celebre città marchigiana di Fabriano grazie forse ad alcuni maestri artigiani arabi. Un'ipotesi di alcuni studiosi vuole che gli artigiani in questione fossero arabi di Sicilia e che catturati dai Fabrianesi nel corso di un assalto alla città di Ancona fossero stati internati per motivi di sicurezza nell'alta valle del fiume Esino dove avrebbero costruito la prima cartiera della città. Nonostante il dato non sia sicuro, è certo tuttavia che Fabriano rimase fino al Rinascimento il centro principale di produzione della carta in Italia ed in Europa, anche se di lì a poco tempo altre località seguirono il suo esempio (come Genova e Bologna a partire dal 1200).

Gli elementi che diedero il primato di produzione - tanto per la quantità quanto per la qualità della carta - a questa famosa città marchigiana furono tre innovazioni tecniche che vennero introdotte nel corso del XIII secolo. La prima fu l'adozione di un nuovo tipo di mulino idraulico per ridurre gli stracci in poltiglia. Già in Spagna, nelle cartiere di Xativa, veniva impiegata la forza idraulica per triturare i frammenti di canapa e lino con un maglio collegato al mulino. I maestri artigiani di Fabriano utilizzarono invece un dispositivo composto da magli multipli collegati ad una medesima ruota idraulica (pila a magli multipli) che riduceva sensibilmente i tempi di produzione dell'impasto. La seconda innovazione fu la sostituzione della pellicola di amido di riso, con la quale i cartai arabi ricoprivano i fogli di carta, con una gelatina di origine animale (il carniccio). I fogli inamidati venivano infatti attaccati dagli insetti che si divoravano interi archivi, tanto che nel 1221 l'imperatore Federico II fu costretto a proibire con un editto la redazione di documenti ufficiali su carta anzichè su pergamena. In seguito al nuovo tipo di additivo (sgradito ai parassiti) i fogli prodotti a Fabriano divennero così famosi e diffusi per la loro qualità e resistenza che in breve tempo la proibizione di Federico II cominciò a diventare obsoleta. La terza ed ultima innovazione fu l'adozione e lo sviluppo della filigrana come marchio di fabbrica della carta di Fabriano. Questa invenzione era stata sicuramente casuale nel mondo cinese ed arabo, in seguito alle "impronte" che setacci imperfetti lasciavano sui fogli che formavano. Ma quello che i cartai cinesi ed arabi cercavano di eliminare allo scopo di rendere i loro fogli perfettamente omogenei, gli artigiani di Fabriano con un colpo di genio invece svilupparono, inserendo nei loro setacci di ottone prima semplici monogrammi con le loro iniziali, poi anche disegni di fiori, frutti, animali, santi, ecc. La filigrana diventò così un marchio di fabbrica che contraddistingueva la carta di Fabriano e nello stesso tempo ne reclamizzava l'alta qualità in ogni angolo d'Italia e d'Europa. Il successo fu straordinario. E' stato stimato che nel corso del secolo successivo, il XIV, nella città marchigiana venivano prodotti anche un milione di fogli l'anno, mentre i guadagni furono tali da consentire agli artigiani di aprire altre cartiere in Emilia ed in Toscana.

L'entrata in scena di un supporto di scrittura così abbondante ed a buon mercato ebbe importanti conseguenze e non solo in campo strettamente letterario. Immaginiamo un attimo quali limiti gravavano fino all'XI secolo nell'età della pergamena. I preziosi fogli dovevano essere utilizzati con estrema responsabilità dagli amanuensi per lo più membri del clero (come i famosi monaci copisti), e solo per scriverci cose della massima serietà. In primo luogo dunque vi venivano ricopiate tutte quelle opere antiche (dalle Sacre Scritture fino a tutte le opere classiche più importanti) che obbligatoriamente dovevano essere tramandate nel tempo. Il trascurare di riscrivere opere giudicate minori o poco significative, molte delle quali a noi non sono giunte, spesso non era tanto una questione di censura inquisitoria da parte degli ecclesiastici ma di una vera e propria carenza di pergamena vergine che costringeva a fare delle scelte. Ne è prova il ben noto fenomeno dei palinsesti, cioè fogli di pergamena già riempiti con testi doppioni o non giudicati importanti che venivano "imbiancati" e nuovamente usati per altri testi (e, come si sa, in molti casi la "lettura" del testo sottostante tramite le tecniche moderne ci ha restituito opere antiche che si ritenevano perdute). Per alcuni studiosi anche la nascita e la rapida diffusione del carattere di scrittura gotico dopo l'anno Mille sarebbe stata motivata non da esigenze di stile, ma di spazio. Le dimensioni più ristrette delle vocali e delle consonanti permettevano infatti di scrivere più parole all'interno di una stessa riga e dunque consentivano di risparmiare qualche foglio in più di pergamena in un'epoca nella quale, grazie alla nascita delle Università, la domanda di testi scritti si faceva sempre più alta. Qualunque tipo di espressione originale del pensiero veniva insomma scoraggiata proprio dalla scarsità di materiale scrittorio, dovendosi conservare le pergamene anche per le rare cronache storiografiche, per le pratiche legali (capitolari, placiti, contratti notarili, ecc.) e per tutta la documentazione contabile ed amministrativa, sia laica che ecclesiastica.

Quando la carta nel XII secolo cominciò a diffondersi nella penisola iniziò a cambiare tutto. Già gli scrittori arabi, parlando ad esempio delle città siciliane, attribuivano alla grande abbondanza di libri poco costosi - proprio perchè prodotti con carta, anzichè con la preziosa pergamena - il merito di avere promosso gli studi e le opere di filosofi, matematici, astronomi sia antichi che contemporanei. Dall'altro versante, quello dei lettori, molta più gente, anche di ceto non elevato, veniva invogliata dal gran numero di libri in circolazione ad alfabetizzarsi. Si spiega in tal modo dunque la grande fioritura culturale che avvenne in tutto il mondo arabo (Sicilia e Spagna comprese) sin dal secolo IX. Ed ugualmente lo stesso identico motivo - l'abbondanza e l'accessibilità economica del supporto cartaceo - può spiegare come mai si dovette attendere il XIII secolo perchè si potesse avere anche in Italia una rinascita poetica, letteraria e culturale: le cartiere di Fabriano dovevano avere il tempo di produrre a pieno regime! Se ci si riflette non è d'altra parte un caso che il primo vero esempio di letteratura in volgare sia nato nella prima metà del Duecento proprio in Sicilia alla corte di Federico II a Palermo: la grande disponibilità di carta in tutta l'isola mentre consentiva agli studiosi e letterati musulmani a quel tempo ancora presenti in Sicilia di continuare a leggere e scrivere in arabo, invitò lo stesso imperatore Svevo e gli uomini di cultura cristiani presenti alla sua corte a produrre versi e prosa anche in lingua siciliana.

Il nuovo supporto di scrittura a buon mercato non mancò però di arrecare importanti conseguenze anche in campo artigianale e commerciale. I fogli di carta, anche quelli più scuri e di seconda qualità perchè prodotti con stracci colorati (i cosiddetti brunelli), dovevano essere considerati da tutti quei rappresentanti della nascente borghesia comunale - mercanti, finanziatori, banchieri, ecc. - come degli ottimi strumenti per tenere conto di tutte le transazioni, i crediti, le spese, la contabilità ordinaria insomma. La sicurezza di avere tutti i movimenti registrati invogliava gli uomini d'affari italiani del tempo ad incrementare i contatti, a sviluppare nuove strategie commerciali, a pianificare nel tempo rischi, perdite e profitti. Se gli imprenditori dell'epoca avessero avuto a disposizione solo la costosa pergamena non avrebbero certo sprecato preziosi fogli per annotare, ad esempio, il tipo, la qualità e le misure dei tessuti preferiti nelle diverse città d'Europa come si ricava da alcuni documenti cartacei fiorentini.

Nonostante ciò la carta fino all'invenzione della stampa venne considerata da molti un elemento troppo fragile e deperibile, e per le opere ed i libri più importanti continuò ad essere preferita la pergamena. Ma proprio questo suo aspetto fragile, dozzinale e poco estetico, costituì paradossalmente il fattore più potente per il progresso letterario e culturale dell'uomo medioevale e moderno, in quanto portò all'"invenzione" della brutta copia.

Per riuscire a comprendere pienamente la differenza fra il poeta o scrittore dell'era della carta rispetto al suo predecessore costretto a servirsi solo della rara e preziosa pergamena, si può ricorrere ad un banale esempio preso a prestito dai nostri comuni ricordi scolatici. Immaginiamo che in una scuola secondaria il docente di lettere assegni ai suoi alunni - per esperimento o per assurdo scherzo d'aprile, fate voi - il classico tema d'italiano da svolgersi però, attenzione, direttamente in bella copia (e naturalmente senza correzioni e cancellature!). Se i poveri studenti riescono a svolgere in qualche modo il loro disumano compito, si manifesteranno, dove più dove meno, tre fenomeni principali dovuti al timore di sporcare il foglio timbrato con l'intestazione della scuola:
1 - un significativo allungamento del tempo di componimento ed una minor estensione dell'elaborato;
2 - una semplificazione della forma espressiva, della sintassi e del vocabolario;
3 - una minor profondità di analisi concettuale, di riflessione e di pensiero, fino alla superficialità ed alla frequente citazione di frasi celebri, massime, proverbi e luoghi comuni.

Proprio questi aspetti caratterizzarono per lo più la produzione letteraria in Italia fino al XII secolo, cioè finchè l'unico supporto di scrittura in circolazione era costituito dalla rara e costosa pergamena. I monaci amanuensi di norma non sprecavano fogli di pergamena per le prime prove di composizione. Avevano a disposizione semmai le tavolette cerate che utilizzavano gli antichi, e probabilmente erano queste soprattutto che servivano, oltre che per esercitarsi nella calligrafia, anche per comporre quelle rare e semplici preghiere, poesie e riflessioni teologiche che si incontrano qua e là nelle cronache ecclesiastiche o nelle biografie dei santi, come ad esempio nelle opere del monaco francese Rodolfo il Glabro. Gli amanuensi scrivevano di norma direttamente in bella copia, con molta pazienza ed attenzione. Se capitava loro di sbagliare - e doveva succedere frequentemente - per tentare la cancellazione avevano a disposizione la pietra pomice ed anche un altro attrezzo, il rasorium, per raschiare la pergamena. Ma erano sempre operazioni delicate di cui non sempre ci si fidava come testimoniano spesso gli eleganti tratti di penna per cancellare intere parole. O ancora come provano le cosiddette glosse, cioè i periodi inseriti nei margini del foglio ad opera non solo di successivi lettori a mo' di commento (il caso più frequente), ma a volte del medesimo amanuense reo di qualche dimenticanza. A parte le cronache storiografiche e le pratiche amministrative, erano d'altra parte ben poche le occasioni (ed il tempo) di scrivere qualcosa di originale, e l'impossibilità di "sprecare" fogli rafforzava questo modo di pensare finendo col dare valore solo alle opere antiche, da curare e ricopiare costantemente.

Il fenomeno delle glosse, o in altre parole, dei commenti e delle riflessioni che nel corso del tempo mani anonime annotavano in margine ai fogli, sono anche il segno di un pensiero che nell'Alto Medioevo trovava poco sfogo specialmente da parte di tutti quei lettori - e dovevano esservene tanti! - presi dal desiderio di scrivere. A partire dal XII secolo la carta, fragile, precaria, imperfetta, spesso anche scura e brutta, divenne il più prezioso e potente strumento di tutti quegli alfabetizzati, più o meno dotati di talento, che aspiravano a vergare qualcosa, qualsiasi cosa, seria o umoristica, sacra o profana, rispettosa o irriverente, profonda o leggera, senza paura di rovinare preziosa pergamena e dunque di sprecare soldi. Le idee potevano essere buttate lì, di getto, in qualunque momento, mentre si era in casa o a passeggio, durante la lettura di un libro o ascoltando un oratore, di giorno o anche di notte. Ma i pensieri si potevano anche correggere, abbellire, approfondire, una, due, anche decine di volte, implicitamente aspirando alla perfezione. Ci si poteva anche divertire ad esprimere gli stessi concetti in forme diverse, in lingue diverse ("perchè trascurare il volgare ?" si chiesero i poeti siciliani e toscani), con termini usuali oppure nuovi, nel rispetto dei canoni classici ovvero con molte licenze. Cosa poteva costare, del resto, scarabocchiare un comune foglio di carta, non di rado brutto e di scarsa qualità buono solo per avvolgervi il pesce (quando non destinato ad usi più vili) ? Era proprio la scarsa considerazione di questo materiale scrittorio che invogliava oratori e aspiranti poeti, eclettici colti e persone comuni a consumare fogli per scrivere e correggere fino a strappare la carta, sapendo che in ogni caso quelle brutte copie erano destinate ad una misera fine. I più dotati di talento naturalmente riuscirono a raffinare talmente i loro componimenti su quelle effimere minute da meritarsi la fama in vita e la gloria per i secoli successivi.

Tutti quei limiti che, insomma, i preziosi fogli di pergamena imponevano agli scrittori, con la carta svanirono tutti. I componimenti potevano essere prodotti in un tempo più breve senza l'obbligo di prestare un'attenzione certosina ai fogli. Le forme espressive, di correzione in correzione, potevano essere più perfezionate e variate, ed anche la lingua venne potenzialmente coinvolta in una rapida evoluzione in tutti i suoi aspetti. Le riflessioni ed i concetti potevano finalmente essere allargati ed approfonditi, mentre la mente umana sempre più libera dalla necessità di tenere tutto a memoria poteva definire sempre maggiori dettagli del mondo reale, filosofico e spirituale senza perdere di vista il quadro generale ed i principi guida. Quei miseri fogli di carta fatti di stracci vecchi diventarono l'estensione della corteccia cerebrale ed il più potente strumento di elaborazione culturale della nascente civiltà umanistica. A cominciare dalla rinascita delle scienze.

I grandi matematici, astronomi, e studiosi arabi ebbero proprio nel Duecento nella nostra penisola un piccolo, ma non meno significativo, numero di emulatori, il cui esempio più eclatante fu il pisano Leonardo Fibonacci. Questo illustre matematico, nato verso il 1170 e morto dopo il 1240, dopo aver soggiornato e viaggiato a lungo specialmente nei paesi arabi (Algeria, Egitto, Siria, ecc.), studiò approfonditamente la matematica araba e ne riconobbe la superiorità rispetto a quella europea. Grazie ai ripetuti calcoli sui fogli di brutta copia riuscì tuttavia anche a rielaborarla, a svilupparla e ad applicarla a problemi specifici dell'attività economica italiana come l'aritmetica commerciale. A partire dall'inizio del Duecento pubblicò (in latino) importanti opere di matematica a cominciare dal Liber Abbaci (1202), un testo che rimase di fondamentale importanza per i secoli successivi e che contribuì, tra l'altro, alla diffusione in tutta Europa delle cifre arabe e del numero zero, un concetto sconosciuto alla matematica antica e di origine indiana e poi araba.

Anche nel campo delle arti figurative - pittura, scultura, architettura - la carta ed il metodo della brutta copia recarono il loro importante contributo al continuo perfezionamento dello stile, dal Duecento fino agli splendori dell'età umanistico-rinascimentale. Sui fogli di carta gli artisti esercitavano la loro mano sin da piccoli, imparando ad usare pennelli, colori, righe e matite. Gli studi preparatori venivano abbozzati, corretti, ampliati e meglio definiti sulla carta, magari da mani diverse. Spesso erano gli stessi clienti ai quali veniva dato in visione il progetto, su carta, che chiedevano modifiche di cui si doveva tener conto. E di generazione in generazione i miglioramenti di tecnica, di stile, della maniera stessa d'interpretare l'opera d'arte vennero tramandati su carta, recepiti ed ampliati dalle molteplici scuole della penisola, per poi sfociare in quei sublimi capolavori artistici del genio rinascimentale che avrebbero condotto all'ammirazione da parte dei contemporanei e dei posteri.

L'invenzione della stampa a caratteri mobili in Germania a metà del XV secolo ebbe infine l'effetto di amplificare enormemente la diffusione di libri sempre più economici, e quindi anche del potenziale mercato dei consumatori e dei produttori di cultura. Ma tanto la produzione letteraria di intrattenimento, poetica o narrativa, quanto quella saggistica e scientifica, si servì, anche nei secoli successivi dell'età moderna e contemporanea, sempre della carta per venire alla luce. I poeti, gli storici, i filosofi, gli scienziati continuarono a correggere e ricorreggere i loro pensieri su quegli umilissimi fogli volanti di brutta copia fino a farne le vette più alte della poesia e della prosa come noi li conosciamo oggi nella loro versione definitiva. Soltanto da pochi decenni i programmi informatici di videoscrittura ("word processor") e lo sviluppo di Internet stanno cambiando il modo di produrre la letteratura e la maniera di distribuirla ai lettori, facendo in tal modo concorrenza alla carta e alla stampa. Probabilmente allora non è sbagliato pensare che si stia chiudendo un'era e se ne stia aprendo un'altra.

Fonti di riferimento.

Petronio G., "L'attività letteraria in Italia", Palumbo editore, pagg. 76-86. (Riporta, tra le altre informazioni, anche i caratteri formali della scuola poetica siciliana e di quella toscana. Nonostante non siano giunte fino a noi le brutte copie dei componimenti - e delle poesie siciliane abbiamo solo le versioni toscanizzate, non gli originali in volgare "apulo-siculo" - la loro ricercatezza stilistica e musicale che tanta ammirazione destava nei contemporanei, in primo luogo in Dante, sarebbe impensabile senza un lungo lavoro di correzione e limatura sui fogli di carta "usa e getta").

Cipolla C. M., "Storia economica dell'Europa pre-industriale", Il Mulino 1974, pagg. 192-193. (Riporta notizie sui mulini di Xativa e Fabriano).

Olson R. D., "Linguaggi, media e processi educativi", Loescher editore 1979, pagg. 146-157; 199-203. (Un utile confronto fra linguaggio verbale e testo scritto che giova a far comprendere meglio le ricadute positive, anche a livello di pensiero e di ragionamento, di un uso abbondante di supporti di scrittura a basso costo).

www.cartacanta.it/ed1999.htm ("La carta di bianco lin candida prole" conferenza del Prof. Franco Mariani).

www.osservatoriolibri.com/index.html ("Alla scoperta del pianeta carta" di Luisa Rossi).

www.surbile.net/chartandcraft/1173/1173indice.htm ("Era l'anno 1173").

www.fabrianostorica.it/storiacarta.htm

www.webtourist.com/culturale/musei/index.html ("Il museo della carta").

www.cocchetti.it/liceo/ipertesti/monachesimo/gliamanuensi.htm

www.griffini.lo.it/laScuola/prodotti/Monachesimo

www.linux.lettere.unige.it/briquet/ ("Le filigrane degli archivi genovesi").

Nota. L'immagine fra il testo è tratta dall'enciclopedia libera WWW.WIKIPEDIA.ORG .

Questo articolo Ŕ stato inserito il 20 dicembre 2006.

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