Questo sito non si avvale di cookie proprietari e non è interessato ad alcuna profilazione essendo nato solo per scopi didattico-culturali. Tuttavia possono esserci strumenti di terze parti (ad es. della Società che fornisce lo spazio web) che possono monitorare il sito, indipendentemente dalla volontà e responsabilità del webmaster. Se chi legge le pagine di questo sito non vuole utilizzare i cookie, può leggere qui come fare. In ogni caso chi prosegue a leggere e a scorrere le pagine di questo sito web, acconsente al loro eventuale tracciamento.

I p e r c u l t u r a

Crocevia di arti e scienze.

COPERTINA STORIA FILOSOFIA ARTE CINEMA LETTERATURA NATURA PERSONAGGI RECENSIONI L'AUTORE IL CAFFÈ LINK AMICI

LA SORTE DI ATLIT-YAM E DELLE ALTRE CITTÀ SOMMERSE AL LARGO DELLE COSTE ISRAELIANE: TSUNAMI SCATENATO DALL'ETNA O SEMPLICE INNALZAMENTO DEL MARE?
di Ignazio Burgio.

Alla fine del 2007 gli scopritori dell'antico tsunami scatenato dall'Etna in tutto il Mediterraneo all'incirca 8000 anni fa (Maria Teresa Pareschi, Enzo Boschi e Massimiliano Favalli, dell'INGV di Pisa), suggerirono che l'antica cittadina sommersa di Atlit-Yam al largo della costa israeliana fosse stata devastata da quella catastrofe. Ma qualche mese dopo il direttore dell'Israel Antiquities Autority, Dr. Ehud Galili insieme ad altri colleghi pubblicarono un documento ufficiale in cui contestarono punto per punto la tesi dei ricercatori pisani e le loro motivazioni. Chi fra loro ha ragione ?

Atlit-Yam Atlit-Yam Atlit-Yam è una località costiera vicino l'odierna città di Haifa nel nord dello stato di Israele. Proprio sopra di essa si trova il famoso Monte Carmelo che in età cristiana diede origine al culto dell'omonima Madonna. Ad una distanza tra i 200 e i 400 metri al largo dalla costa, ad una profondità di una decina di metri sotto il livello del mare, gli archeologi subacquei israeliani, coordinati da Ehud Galili, sovrintendente alle antichità israeliane, hanno scoperto sin dal 1984 i resti di un insediamento umano che 8000 anni fa doveva trovarsi in superficie. I reperti coprono grossomodo un'area di 40000 mq, e sono stati datati al C14 tra il 7411 ed il 5992 a. C. Dal punto di vista architettonico sono costituiti da resti di muri, fondamenta di case, edifici circolari ed aree pavimentate con pietre, forse vie o piazze. Le strutture più importanti e significative sono costituite tuttavia da due pozzi per l'acqua trovati pieni di sedimenti e due aree religiose e cerimoniali costituite da sette megaliti a forma di menhir, in tutto e per tutto simili ai più famosi menhir europei, da lastre orizzontali di pietra dotate di incavi (forse una sorta di "altari" con il posto per le offerte) ed altre tre pietre ovali più piccole contenenti graffiti dalle sembianze vagamente antropomorfe.
Vicino ai numerosi ruderi di costruzioni in pietra i subacquei hanno anche recuperato utensili in pietra e in osso, ami da pesca, resti alimentari di lische di pesce e ossa di animali sia selvatici che in via di addomesticamento, come pecore, capre e maiali, ma anche cani. E naturalmente molte varietà di semi vegetali, a cominciare da grano e orzo che certamente dovevano già essere coltivati, insieme a lenticchie, uva selvatica e lino. Il rinvenimento in quel sito anche di 65 scheletri regolarmente sepolti secondo precise usanze funebri, anche sotto i pavimenti delle abitazioni (come nella vicina e coeva città di Gerico, ma anche nell'anatolica Catal Huyuk e nell'Egitto preistorico prima dei faraoni) testimonia la presenza di una sofisticata cultura religiosa presso gli abitanti di quell'insediamento nonché della loro relativa prosperità.
In quel periodo le coste del Mediterraneo presentavano una geografia differente da quella attuale, poiché il lento scioglimento delle calotte glaciali relative all'ultima glaciazione non era ancora giunto a completamento, e dunque il livello dei mari in tutto il mondo era più basso. Per dare un'idea, la maggior parte delle attuali isole e isolette dell'Egeo erano unite alla terraferma ellenica e anatolica, così come allo stesso modo anche l'Africa era più vicina alla Sicilia, la quale inglobava anche le isole maltesi. Tuttavia essa non era ancora la più grande isola del Mediterraneo, primato che invece avevano Sardegna e Corsica unite insieme dalle inesistenti Bocche di Bonifacio. Anche il livello del mare palestinese era dunque più basso e la costa si inoltrava per qualche chilometro più al largo rispetto ad oggi. Su quella fascia litoranea oggi sommersa ai piedi del Monte Carmelo oltre ad Atlit-Yam sorgevano diversi altri centri urbani che gli archeologi subacquei israeliani coordinati sempre da Ehud Galili hanno riesumato dalle sabbie dei fondali e studiato nei minimi dettagli. Kfar Samir, Kfar Galim, Tel Hreiz, Megadim, Neve-Yam ed Atlit-Yam hanno così rivelato la vita economica, sociale e culturale degli insediamenti mediorientali in un periodo di continua evoluzione delle tecniche agricole e dell'allevamento, ed in cui tra l'altro faceva la sua prima apparizione la ceramica (poco dopo il 6000 a. C).
Asce da Atlit-Yam Tuttavia anche se gli abitanti di Atlit-Yam - l'unica priva di resti di ceramica (e dunque la più antica) - e probabilmente anche degli altri cinque insediamenti vicini, coltivavano cereali e legumi sui terreni più al riparo dai danni della salsedine, la vera risorsa di quelle comunità costiere era soprattutto la pesca, anche subacquea e di alto mare, come risulta dagli utensili, dai resti ittici rinvenuti, ed anche dalle patologie auricolari ("esostosi uditive") causate da ripetute immersioni nelle acque gelide, e ben visibili nei crani appartenenti ad alcuni di quegli antichi pescatori. Questi, nel corso delle battute di pesca di superficie, si spingevano anche al largo all'inseguimento dei branchi di squali e di tonni, su imbarcazioni che ovviamente non sono giunte a noi a causa dell'alta deperibilità del legno, ma che nel corso di quei millenni dovettero servire anche per gli spostamenti via mare, gli scambi ed i commerci. Fra i resti degli abitanti inumati ad Atlit-Yam sono state rinvenute anche molte asce di pietra, in numero proporzionalmente maggiore rispetto agli altri siti archeologici circostanti tanto da suggerire l'ipotesi che oltre ad essere una fiorente comunità di pescatori, la cittadina sommersa fosse anche sede di esperti mastri d'ascia, specializzati nella costruzione di imbarcazioni anche per conto delle altre comunità vicine. Anche se tali "vascelli" forse non erano più grandi di piroghe, consentirono tuttavia di superare bracci di mare, canali e stretti in un Mediterraneo meno vasto di quello odierno.
In quell'epoca remota tuttavia, il mare finì per rivelarsi una costante minaccia. Come si è già detto a causa dello scioglimento dei ghiacci in tutto il globo le onde marine invadevano le coste. Fra le rovine sommerse di Atlit-Yam due tipi di strutture in particolare rivestono grande importanza non solo per la loro assoluta antichità ma anche perché gettano una luce significativa per le vicende di questa città ora sommersa. Innanzitutto i due pozzi per l'acqua, gli esemplari più vecchi al mondo fino ad ora trovati. Gli studiosi israeliani ritengono che l'invenzione della tecnica dei pozzi abbia consentito agli uomini neolitici mediorientali di colonizzare anche le regioni più aride e di sfruttarne il terreno con le prime rudimentali tecniche agricole. Fino ad un certo punto della storia di Atlit-Yam essi fornirono acqua dolce agli abitanti, agli animali e forse anche agli orti della comunità. Finché in un momento imprecisato la loro funzione non si esaurì e come hanno scoperto gli archeologi subacquei analizzandone il contenuto, essi finirono per essere adoperati come discarica di rifiuti. Secondo il parere degli studiosi l'avanzata del mare inquinò di acqua salmastra le falde acquifere che alimentavano i pozzi stessi, rendendoli quindi inservibili. Dove trovarono quindi gli abitanti l'acqua dolce per i loro usi? I ricercatori israeliani sono convinti che all'interno dell'insediamento scorresse una sorgente proveniente probabilmente dal sovrastante Monte Carmelo. Come si è già detto, nella cittadina sommersa sono state rinvenute infatti le rovine di sette monoliti verticali, veri e propri menhir, disposti a forma di semicerchio aperto a nord-ovest. La loro base risulta modellata e colorata dall'azione dell'acqua corrente, cioè quella di un vero e proprio ruscello al tempo in cui Atlit-Yam era sulla terra asciutta. Vicino a queste, altre lastre piatte poste orizzontalmente, insieme alla presenza di altri monoliti ovali che riportano graffiti dalla forma vagamente umana, hanno suggerito agli archeologi che tutto l'insieme fosse adibito a centro cerimoniale. Gli abitanti a quanto pare elevarono la sorgente a zona religiosa e rituale come per proteggerla magicamente dalla minacciosa avanzata del mare.
Reperti di pesca La cittadina tuttavia ad un certo punto, intorno al 6000 a. C. venne definitivamente abbandonata dai suoi abitanti. Dal momento che resti di una grande quantità di pesce non consumato erano ancora conservati in buon ordine, forse come scorta per usi propri o anche a scopo di scambi commerciali, diversi studiosi hanno tratto la conclusione che il villaggio fu abbandonato in maniera improvvisa e la popolazione si diede alla fuga senza neppure avere il tempo di portare con sé del cibo. Cosa provocò il panico degli abitanti: una mareggiata più forte e invasiva di altre, o qualche altra minaccia ?
Nel dicembre del 2006, a conclusione di uno studio dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) della sezione di Pisa, gli studiosi italiani hanno puntualizzato meglio la ricostruzione di quegli eventi antichi, fino ad arrivare a conclusioni sconcertanti, che fino a qualche tempo fa solo i tanto deprecati ricercatori indipendenti avrebbero osato immaginare. L'abbandono di Atlit-Yam e degli altri insediamenti simili sarebbe stato provocato sì dal mare, ma non tanto dall'effetto del disgelo dei ghiacci, bensì da un evento ancora più catastrofico, ovvero un enorme tsunami scatenato dal crollo di una parte dell'Etna in quello che è l'odierno Mar Jonio. Il versante orientale del vulcano siciliano attualmente è percorso da una profonda depressione nota come Valle del Bove, una zona disabitata e priva di vegetazione che più volte nella storia delle eruzioni ha raccolto i flussi lavici fino al loro naturale esaurimento, impedendo così che giungessero alle zone abitate più a valle. Fino alla prima metà dell'Ottocento, quando la vulcanologia era ancora una scienza in fasce, molti naturalisti europei discussero sulla genesi di questa conca, ed alcuni, come il tedesco Leopold von Buch, ne ipotizzarono l'origine da un sollevamento del cono vulcanico. Fu l'illustre scienziato catanese Carlo Gemmellaro (1787-1866) a fornire negli stessi anni la spiegazione corretta, ossia che la Valle del Bove venne generata dal crollo di un lato del cono dell'Etna. I materiali residui di questo immane collasso sono ancora visibili alle pendici del vulcano, in un deposito di detriti geologici denominato Chiancone, nei pressi dell'attuale abitato di Riposto (Ct) sulla costa ionica.
Faglie etnee Gli studi più recenti condotti dal Prof. Enzo Boschi, presidente dell'INGV, e dai geofisici Maria Teresa Pareschi e Massimiliano Favalli, hanno stabilito che la quantità di materiale vulcanico coinvolto nel crollo fu dell'ordine di 35 chilometri cubici e che esso, proprio intorno al 6000 a. C. raggiunse il mare diffondendosi sui fondali fino ad una distanza di 20 km dalla costa, come dimostrato dalle analisi sottomarine. La cosa più impressionante tuttavia fu che la grande quantità di materiale finito in acqua provocò un abnorme tsunami con onde alte più di 40 metri, probabilmente il più grande sommovimento marino mai verificatosi nel corso della storia umana. Tramite una simulazione al computer ed il confronto con lo stato attuale dei sedimenti marini sul fondo del Mediterraneo, i ricercatori dell'INGV di Pisa hanno ricostruito nei minimi dettagli, minuto per minuto, l'andamento della catastrofica muraglia d'acqua. Pochi minuti dopo il loro formarsi, le onde giganti si abbatterono sulle coste della Sicilia Orientale senza riuscire a passare più di tanto nel Tirreno grazie allo sbarramento dello Stretto di Messina. Poi dopo un quarto d'ora cominciarono a sommergere tutta la riviera ionica della Calabria e della Puglia, per poi abbattersi sull'Albania dove arrivarono all'incirca un'ora dopo il crollo dell'Etna. Le mega-onde dirette ad est raggiunsero invece la Grecia un paio di ore dopo ed alquanto ridotte in altezza, 10-15 metri, ma ugualmente devastanti. Poi fu la volta della costa nordafricana: Tunisia, Libia ed Egitto vennero raggiunte dopo tre ore dalle onde dirette a sud, con un'altezza di 8-13 metri. Infine dopo altre tre-quattro ore lo tsunami raggiunse le coste del Mediterraneo Orientale dalle sponde della Turchia Meridionale fino a quelle cipriote, siriane, libanesi ed israeliane, cogliendo così di sorpresa anche gli ignari abitanti di Atlit-Yam. L'altezza delle onde si era ridotta ad un decimo rispetto a quelle immediatamente provocate dall'Etna assumendo così le dimensioni e l'intensità, per fare un paragone, di quelle abbattutesi in Indonesia alla fine del 2004: sufficienti tuttavia per devastare, mietere vittime e convincere i terrorizzati superstiti a decidere di allontanarsi definitivamente dall'"ira del mare" per rifugiarsi e fondare insediamenti più sicuri sugli altopiani delle regioni interne.
E' doveroso precisare che gli archeologi israeliani non sono assolutamente d'accordo con le conclusioni dei ricercatori di Pisa. Essi infatti sostengono che il crollo dell'Etna ed il conseguente tsunami sia avvenuto dopo il 6000 a. C., ovvero tra il 5990 ed il 5500, in età successiva all'abbandono di Atlit-Yam e delle altre cittadine. Queste dunque vennero ricoperte dalla sabbia e poi sommerse dall'acqua in seguito all'innalzamento del livello dei mari. Come si esprimono gli stessi studiosi israeliani: «...i dati indicano che l'insediamento fu abbandonato all'incirca 8000 anni fa (6000 a. C.) a causa del graduale innalzamento post-glaciale del livello del mare, allo stesso modo degli insediamenti neolitici costieri in tutto il mondo. Il sito fu prima coperto dalle dune di sabbia costiera che lo protessero dall'erosione degli agenti marini e dopo fu sommerso dall'innalzamento del mare. A causa dell'innalzamento del livello del mare, i successivi insediamenti preneolitici della regione vennero costruiti più lontano verso Est...» (Galili e altri, 2008, punto 12).
Comunque sia, il ritrovamento di Atlith-Yam e delle altre cittadine sommerse, testimonia l'esistenza di insediamenti rivieraschi piccoli e grandi in una remota epoca, almeno tre millenni prima delle civiltà della scrittura, quella dei Sumeri e dell'Egitto predinastico.
La vecchia immagine di un Mediterraneo neolitico primitivo e spopolato, dove soltanto sparuti gruppi di pescatori itineranti strappavano al mare un po' di molluschi e qualche pesce, si sta sempre più rivelando sbagliata agli occhi degli archeologi. Alla luce dei ritrovamenti di questi ultimi decenni si sta sempre più affermando la convinzione che lungo le sponde di un Mediterraneo più piccolo rispetto a quello attuale, si svolgesse una fitta rete di navigazioni e scambi commerciali basati soprattutto sull'ossidiana, il prezioso minerale vulcanico di un'epoca in cui i metalli erano ancora di là da venire. E non è escluso che sorgessero numerose e ricche città portuali, anche più grandi di Atlith-Yam e delle altre cittadine al largo del Monte Carmelo, e come queste ancora oggi sepolte dalle sabbie dei fondali marini.
Con l'innalzamento del livello dei mari in conseguenza del disgelo degli ultimi ghiacci tutti questi insediamenti vennero invasi dalle onde ed abbandonati dai loro abitanti, forse in maniera ordinata o al contrario precipitosa.
Soltanto considerando in maniera precisa anche le scoperte dei climatologi sui mutamenti climatici avvenuti sin dalla fine dell'ultima era glaciale, molti enigmi relativi a monumenti sommersi dall'acqua, metropoli dell'età della pietra, e civiltà apparentemente sorte "dal nulla" e poi misteriosamente scomparse, possono in tal modo trovare qualche risposta.


Le civiltà stellari

PREMIO NAZIONALE
CRONACHE DEL MISTERO 2014
LE CIVILTÀ STELLARI
di Ignazio Burgio
Editore: Narcissus Self Publishing
Pagine: 211

Prezzo: 1,99 euro

On line su:
www.UltimaBooks.it
www.Mazy.it
www.TimReading.it
Libreria Rizzoli
ed altre ancora...


Bibliografia.

Israel Antiquities Authority – The pre-pottery neolithic site of Atlit-Yam - in: www.antiquities.org.il (underwater archaeology).

Galili, E., L. K. Horwitz, I. Hershkovitz, V. Eshed, A. Salamon, D. Zviely, M. Weinstein-Evron, and H. Greenfield (2008), Comment on ‘‘Holocene tsunamis from Mount Etna and the fate of Israeli Neolithic communities’’ by Maria Teresa Pareschi, Enzo Boschi, and Massimiliano Favalli, Geophys. Res. Lett., 35, L08311, doi:10.1029/2008GL033445.

M. T. Pareschi, E. Boschi, M. Favalli, F. Mazzarini – Lo tsunami dimenticato – in: www.pi.ingv.it/Focus/tsunami.html (contiene anche il video della simulazione al computer ).

Pareschi, M. T., E. Boschi, F. Mazzarini, and M. Favalli (2006) - Large submarine landslides offshore Mt. Etna, Geophysical Research Letters, 33 – in: http://www.agu.org/pubs/crossref/2006/2006GL026064.shtml

F. Obrizzo, F. Pingue, C. Troise, and G. De Natale - Ground displacements across the Pernicana Fault (Mt. Etna, Italy): a tectonic structure linked to volcanic activity - Osservatorio Vesuviano-INGV, Naples, Italy - Geophysical Research Abstracts, Vol. 5, 11838, 2003 - in: www.cosis.net/abstracts/EAE03/11838/EAE03-J-11838.pdf

M. Neri, V. Acocella, B. Behnke - The role of the Pernicana Fault System in the spreading of Mt. Etna (Italy) during the 2002-2003 eruption. - INGV sez. di Catania – in: www.earth-prints.org

Criscenti, G. - Il termometro dell'Etna – in: www.galileonet.it/default

Azzaro, R., Puglisi, G., Mattia, M. - La frana di Presa (Piedimonte Etneo: origine e monitoraggio del fenomeno) – INGV sez. di Catania, in: www.ct.ingv.it/report/Smmacro20021107.pdf (Contiene una documentazione, anche fotografica, dei movimenti della Faglia Pernicana).

Nota1. Le foto subacquee di Atlit-Yam sono state gentilmente concesse, per questo articolo e per questo sito web, dalla Sovrintendenza per le Antichità Israeliane (the underwater photos of Atlit-Yam were courtesy grant, for this article and this site, from the Israel Antiquities Authority) - www.antiquities.org.il -. Le altre immagini sono tratte dall'enciclopedia libera www.wikipedia.org

Nota1. I geofisici di Pisa ed altri ricercatori sono del parere che Atlit-Yam fu abbandonata dai suoi abitanti – i quali a quanto emerge da altre tracce archeologiche stavano avendo già da qualche tempo seri problemi con l'avanzamento del mare – a causa dell'improvviso tsunami dell'Etna. Non è escluso che proprio a causa di questo catastrofico evento essi e tutti gli abitanti delle altre probabili città costiere abbiano deciso, terrorizzati, di allontanarsi definitivamente dal mare, che pure fino a quel momento avevano considerato una risorsa grazie alla pesca. Come ammettono gli stessi geofisici di Pisa – Pareschi e gli altri – il sito di Atlit-Yam fu poi ricoperto in tempi successivi dalle acque a causa dello scioglimento dei ghiacci e del conseguente innalzamento di livello in tutto il Mediterraneo (proprio per questo hanno intitolato il loro articolo “The lost tsunami” - lo tsunami dimenticato – appunto perché le tracce geologicamente più macroscopiche sono state successivamente cancellate dal mare). (cfr. M. T. Pareschi, E. Boschi, M. Favalli: Holocene tsunamis from Mount Etna and the fate of Israeli Neolithic communities).


Nota2. Il Direttore della Sovrintendenza per le Antichità Israeliane (IAA), Dr. Ehud Galili, ci ha gentilmente spedito una copia di un commento ufficiale pubblicato il 26 aprile 2008 sul Geophisical Research Letters, in cui lui stesso ed altri suoi colleghi criticano le conclusioni raggiunte dai ricercatori dell'INGV di Pisa (Pareschi, Boschi, Favalli) circa le responsabilità dello tsunami dell'Etna come causa dell'abbandono dell'insediamento neolitico pre-ceramico di Atlit-Yam. Basandosi sui resti dei pozzi in pietra e sul loro contenuto, così come sull'analisi patologica degli scheletri rinvenuti nelle sepolture, escludono che vi siano segni del passaggio di un catastrofico tsunami, il quale probabilmente avvenne dopo che la cittadina fu sommersa dal mare: “...Instead, the data indicate that the village was abandoned ca. 8000 years B.P. due to the gradual post-glacial rise in sea level rise, similar to coastal Neolithic villages all over the world. The site was first covered by coastal sand dunes that protected it from abrasion by marine agents and then submerged by the rising sea. Due to the sea level rise, the subsequent PN villages in the region were built farther to the East [Galili et al., 1993].” . (...Al contrario i dati indicano che l'insediamento fu abbandonato all'incirca 8000 anni fa (6000 a. C.) a causa del graduale innalzamento post-glaciale del livello del mare, allo stesso modo degli insediamenti neolitici costieri in tutto il mondo. Il sito fu prima coperto dalle dune di sabbia costiera che lo protessero dall'erosione degli agenti marini e dopo fu sommerso dall'innalzamento del mare. A causa dell'innalzamento del livello del mare, i successivi insediamenti preneolitici della regione vennero costruiti più lontano verso Est – (cfr. Galili ed altri, 1993). Si ringraziano il Dr. Ehud Galili e tutti i ricercatori della Israel Antiquities Authority per averci consentito l'uso delle altre immagini presenti nel testo. Su preghiera dei medesimi autori riportiamo i seguenti riconoscimenti :
Aknowledgements. The Atlit-Yam excavations were funded by the Irene Levi Sala CARE Foundation; the MAFCAF foundation; the National Geographic foundation; and Joan and Dick Schevuer. We thank: Rachel Galili for editing the manuscript; Sharon Ben-Yehuda for the illustrations; the Israel Antiquities Authority and the University of Haifa for providing the facilities which enabled the excavations and the surveys; Jacob Sharvit for assistance during excavations and surveys; Tzila Sagiv and Josef Galili for photography; Omri Lernau and Irit Zohar for studying the fish remains from the submerged sites; Israel Hershkovitz and Vered Eshed for examination of the human remains; Tamar Dayan for examining the canid remains; Dani Nadel for examining the ground stone assemblage; David Gersht and Helen Machline for examining the flint assemblage; Anat Shifroni for examining the flint and pottery assemblages; Mordechai Kislev, Anat Hartman and Nili Liphschitz for examining the botanical material; archaeologist Jim Dwyer and all the volunteer divers who participated in the archaeological work; Miige Sevketoglu for unpublished information concerning the site of Akanthou and Mina Weinstein-Evron and two JMA reviewers for their insightful comments which have contributed greatly to improving this paper.

Questo articolo è stato inserito il 12 marzo 2008.
COPERTINA STORIA FILOSOFIA ARTE CINEMA LETTERATURA NATURA PERSONAGGI RECENSIONI L'AUTORE IL CAFFÈ LINK AMICI